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Quando Dio non sopporta più il nostro silenzio

Quando Dio non sopporta più il nostro silenzio

Dio ti prende da parte quando sei stanco di spiegarti, quando non devi dimostrare nulla, quando puoi finalmente smettere di difenderti e permetterti di essere fragile, così come sei

Il mio in(solito) commento a:
«Fa udire i sordi e fa parlare i muti» (Mc 7,31-37)

C’è una verità che mi sorprende ogni volta: Dio desidera guarire quel sordomuto ancora più di quanto quell’uomo desideri tornare a sentire e a parlare. E forse — se siamo sinceri fino in fondo — Dio desidera guarire anche te più di quanto tu riesca oggi a desiderarlo per te stesso. Perché Dio non si rassegna al silenzio che nasce dalla distanza, non sopporta le relazioni interrotte, soffre quando l’amore non trova orecchie disposte ad ascoltare e labbra pronte a rispondere.

Lascia che ti accompagni dentro questo Vangelo senza fretta, come si entra in una stanza in penombra quando si ha bisogno di silenzio. Perché qui non c’è solo un miracolo da ammirare, ma una ferita che somiglia alla tua, alla mia, a quella di chiunque abbia smesso — anche solo per un tratto di strada — di ascoltare davvero e di dire ciò che abita il cuore.

Gesù prende quell’uomo e lo porta in disparte. Lo allontana dal rumore, dalla folla, dagli sguardi curiosi. E già qui sento una carezza: Dio non guarisce mai nel frastuono, ma nell’intimità. Ti prende da parte quando sei stanco di spiegarti, quando non devi dimostrare nulla, quando puoi finalmente smettere di difenderti e permetterti di essere fragile, così come sei.

Poi Gesù compie gesti lenti, concreti, quasi imbarazzanti. Tocca. Si avvicina. Usa il corpo. Perché Dio non ama a distanza di sicurezza. Dio entra nella tua ferita, ci mette le dita, ci mette il respiro, ci mette persino un sospiro che sale dal profondo del cuore. Non è stanchezza, quel sospiro. È desiderio. È fame. È la sete di Dio per l’uomo.

Ed è qui il paradosso che mi disarma: noi parliamo spesso della nostra sete di Dio, di quell’inquietudine che ci abita e non ci lascia mai del tutto in pace. Ma la sete di Dio per noi è ancora più grande. Dio ha sete della tua sete. Attende il tuo desiderio come si attende una risposta che può cambiare tutto.

Poi Gesù pronuncia una sola parola, semplice e potentissima: Effatà. Apriti. Apriti alla vita quando hai alzato muri per non soffrire più. Apriti agli altri quando ti sei chiuso per paura di non essere capito. Apriti a Dio quando hai smesso di ascoltarlo perché ti sembrava lontano, esigente, scomodo.

E accade il miracolo. Ma non è solo l’udito che ritorna. Non è solo la lingua che si scioglie. È qualcosa di più profondo: nasce finalmente un dialogo. Perché il vero dramma non è non sentire con le orecchie, ma non ascoltare con l’anima. Non è non parlare, ma non avere più parole per Dio.

Quante volte anche tu senti tutto, ma non ascolti nulla. Quante volte parli, ma senza dire davvero chi sei. Rumore ovunque, urgenze, corse, aspettative. E dentro, un silenzio che non è pace, ma distanza.

Anche tu, ogni giorno, hai bisogno del tuo Effatà. Di qualcuno che ti prenda in disparte e ti sussurri: Apriti. Non avere paura. Io voglio parlarti. E desidero, più di ogni cosa, che tu mi risponda.

Perché Dio non si accontenta di guarirti. Dio vuole incontrarti. E un amore che finalmente si ascolta… diventa vita #Santanotte #Effatà

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “La guarigione del cieco nato”, di Duccio di Buoninsegna, 1307, tempera ad olio su tavola, 45.1 × 46.7 cm, The National Gallery, Londra

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