
Quando Dio diventa la nostra vera famiglia
Fare la volontà di Dio non è un dovere. È un atto d’amore. È scegliere ogni giorno di lasciarsi condurre, anche quando la strada fa paura. È fidarsi, anche quando non si capisce. È camminare, anche quando tutto dentro di noi vorrebbe fermarsi. È permettere a Dio di riscrivere la nostra storia
Il mio in(solito) commento a:
«Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Marco 3,31-35)
A volte il Vangelo non consola. Ti prende per mano e ti conduce dove non avevi programmato di andare.
Ti spoglia delle sicurezze. Ti mette a nudo. E lì, in quel punto fragile, ti chiama per nome.
Immagina la scena. La casa è gremita, l’aria è densa di attese. Fuori, Maria. Fuori, i parenti. Dentro, la folla. Dentro, Gesù. Qualcuno gli sussurra: “Tua madre e i tuoi fratelli ti cercano”. È un richiamo potente. È la voce del sangue, dell’appartenenza, delle radici. È la voce che dice: torna dove è tutto più semplice, più sicuro, più comprensibile.
E invece Gesù resta. Alza lo sguardo. Incrocia gli occhi di chi ha davanti. Incrocia i tuoi. Incrocia i miei.
E pronuncia parole che bruciano come luce: “Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.
In quell’istante qualcosa si spezza. E qualcosa nasce.
Perché Gesù non sta rinnegando la sua famiglia. Sta spalancando una porta. Sta dicendo che esiste un legame più profondo del sangue, più forte delle tradizioni, più stabile di ogni appartenenza: quello che nasce dall’obbedienza al cuore di Dio.
Fare la volontà di Dio non è un dovere. È un atto d’amore. È scegliere ogni giorno di lasciarsi condurre, anche quando la strada fa paura. È fidarsi, anche quando non si capisce. È camminare, anche quando tutto dentro di noi vorrebbe fermarsi. È permettere a Dio di riscrivere la nostra storia.
Gesù ci consegna una nuova genealogia: non quella dei cognomi, ma quella dei sogni; non quella delle parentele, ma quella delle scelte; non quella delle aspettative altrui, ma quella della vocazione più intima.
Nasce così una famiglia nuova. Fatta di volti. Di incontri. Di ferite condivise. Fatta di mani che sorreggono, di occhi che comprendono, di silenzi che pregano.
E Maria? Lei è lì. In ascolto. In silenzio. In un dolore che matura. Anche per lei quelle parole sono una ferita. Ma sono una ferita che apre. Che allarga. Che genera. Maria accetta di non trattenere suo Figlio. Accetta di perderlo per ritrovarlo in ogni uomo, in ogni donna, in ogni figlio affidato. Accetta di diventare madre dell’umanità passando dalla notte della fede. Sotto la croce, quel legame si compirà: non più consegnata al clan familiare, ma affidata a Giovanni. E in lui, a ciascuno di noi.
Ed è qui che il Vangelo ci raggiunge al cuore.
Chi guida davvero le mie scelte? Il bisogno di essere approvato? La paura di deludere? Il desiderio di non disturbare? O la voce silenziosa di Dio che mi chiama oltre? Perché seguire Gesù significa, a volte, camminare controcorrente. Significa accettare di sembrare “fuori di sé”. Significa scegliere l’eternità quando tutto invita alla comodità.
Ma è proprio lì che la vita si accende. È lì che il cuore respira. È lì che scopriamo di essere parte di una famiglia infinita. Allora lasciati guardare. Lascia che quello sguardo ti attraversi. Permetti a Gesù di chiamarti fratello. Sorella. Madre. Perché quando scegli Dio, non perdi nulla. Ti ritrovi. E finalmente capisci per chi sei fatto #Santanotte
Alessandro Ginotta

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