
Non sei nato per inaridirti
È forse questa la santità più vera: lasciare che Dio ci ami, lasciare che la Sua linfa attraversi le nostre fragilità, i nostri abbracci, i nostri silenzi, le nostre ferite, e trasformi lentamente la nostra vita in qualcosa che profuma di Cielo
Il mio in(solito) commento a:
«Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto» (Giovanni 15,1-8).
Sai qual è una delle illusioni più grandi della nostra vita? Credere di poter bastare a noi stessi. Ci convinciamo che la felicità dipenda soltanto dalla nostra forza, dalle nostre capacità, dal controllo che riusciamo ad avere sulle cose, e così iniziamo lentamente a costruire esistenze perfette all’esterno ma sempre più vuote dentro, perché l’anima, prima o poi, presenta il conto di tutto ciò che le abbiamo negato. Ed è allora che questo Vangelo arriva come una carezza, ma anche come una verità che scuote.
Perché Gesù non dice: “Provate a cavarvela da soli”. Non dice: “Diventate perfetti”. Non dice nemmeno: “Dimostratemi qualcosa”. Dice semplicemente: «Rimanete in me». Rimanete. Che parola straordinaria! Perché dentro quel verbo c’è tutto: c’è la fedeltà di Dio, c’è il bisogno che abbiamo di sentirci amati, c’è la certezza che la nostra vita può davvero rifiorire anche dopo gli inverni più lunghi.
Gesù si presenta come la vite e noi come i tralci, e questa immagine è di una tenerezza disarmante, perché il tralcio da solo non produce nulla, non perché sia sbagliato o inutile, ma perché è stato creato per vivere unito alla vite, così come il nostro cuore è stato creato per restare attaccato a Dio.
E forse il problema è proprio questo: che troppo spesso cerchiamo vita lontano dalla sorgente della vita. Cerchiamo luce in ciò che illumina appena per qualche istante. Cerchiamo pace in ciò che ci distrae soltanto dal dolore. Cerchiamo amore in chi non ce lo potrà mai donare.
E intanto l’anima si affatica. Si secca lentamente. Non tutta insieme, no. Sarebbe troppo evidente. Succede piano, quasi senza rumore, come accade ai tralci quando si staccano dalla vite: all’inizio sembrano ancora vivi, mantengono perfino il colore della vita, ma dentro qualcosa ha già smesso di scorrere. Ed è impressionante quanto questo assomigli a noi.
Perché anche noi, quando ci allontaniamo da Dio, continuiamo magari a sorridere, a lavorare, a fare progetti, ma dentro sentiamo che manca qualcosa: una pace più profonda, un senso, una direzione. E allora diventiamo inquieti. Sempre più pieni di rumore. Sempre più incapaci di stare soli con noi stessi. Sempre più affamati di qualcosa che nessuna cosa materiale riesce davvero a saziare.
Ma sai la notizia più bella? Che Dio non smette mai di cercarti. Mai! Nemmeno quando sei tu a smettere di cercare Lui.
E questa è una delle cose più commoventi del cristianesimo: noi ci allontaniamo, mentre Dio continua a restarci accanto. Noi chiudiamo le porte, mentre Lui continua a bussare con una delicatezza che non ferisce mai. Noi ci perdiamo dentro mille strade inutili, mentre Lui continua ad aspettarci esattamente nel punto in cui abbiamo smesso di crederci.
Perché Dio non ama a metà. Non ama soltanto la versione migliore di te. Ama anche le tue crepe. Ama anche le tue cadute. Ama perfino quelle parti di te che tu fai più fatica ad accettare. E, quando finalmente glielo permetti, quando smetti di trattenere tutto e lasci entrare il Suo amore, succede qualcosa di meraviglioso: la linfa riprende a scorrere.
Allora il cuore ricomincia a respirare, le ferite smettono di sanguinare e perfino il dolore può trasformarsi in terreno fertile. Perché Dio non spreca nulla della tua vita, neppure le lacrime. Anzi, spesso è proprio attraverso le ferite che la Sua luce riesce a entrare più profondamente.
E sai quali sono i frutti di cui parla Gesù? Non il successo, non gli applausi, non quella perfezione finta che il mondo ci obbliga continuamente a inseguire. I frutti veri sono altri: riuscire ad amare anche quando sei stanco; scegliere la gentilezza in un mondo aggressivo; continuare a credere nella luce quando attorno a te tutti parlano soltanto di buio; diventare rifugio per qualcuno; avere parole che curano invece di ferire; riuscire a restare umani in un tempo che spesso ci spinge a diventare freddi. Questi sono i frutti dell’amore di Dio.
Ed è bellissimo accorgersi di come una persona abitata dall’amore di Cristo riesca a cambiare perfino l’atmosfera attorno a sé, perché quando Dio vive davvero dentro qualcuno lo si percepisce: c’è più pace nei suoi occhi, più misericordia nei suoi gesti, più luce nelle sue parole.
Perché Cristo non entra nella tua vita per occupare spazio. Cristo entra nella tua vita per farla rifiorire. San Paolo lo aveva capito bene quando scriveva: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2,20), e questa frase non è teoria spirituale, ma è il racconto concreto di un cuore che ha smesso di vivere chiuso nel proprio ego per diventare finalmente spazio attraversato dall’amore di Dio.
E allora oggi non ti chiedo di essere forte, non ti chiedo di essere perfetto, non ti chiedo nemmeno di avere tutte le risposte. Ti chiedo soltanto di restare. Restare anche quando hai paura. Restare anche quando ti senti fragile. Restare anche quando hai il cuore pieno di domande. Restare perfino quando ti sembra di avere poca fede. Perché il tralcio non porta frutto sforzandosi disperatamente, ma lo fa restando unito alla vite.
Ed è forse questa la santità più vera: lasciare che Dio ci ami, lasciare che la Sua linfa attraversi le nostre fragilità, i nostri abbracci, i nostri silenzi, le nostre ferite, e trasformi lentamente la nostra vita in qualcosa che profuma di Cielo.
Perché quando rimani in Lui, anche il deserto dentro di te torna a fiorire. E ci sono fiori che nascono soltanto dopo la tempesta #Santanotte
Alessandro Ginotta

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