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Non devi essere forte per forza

Non devi essere forte per forza

Ti sei mai chiesto quanto pesa davvero ciò che stai portando sulle spalle? Non parlo soltanto del lavoro, delle responsabilità o delle preoccupazioni che riempiono le giornate, parlo di quel carico invisibile che nessuno vede e che, proprio per questo, spesso diventa ancora più difficile da sopportare: le delusioni che hai inghiottito in silenzio, le parole che avresti voluto dire, le attese rimaste vuote e quella parte di te che continua a chiedersi se avrebbe potuto fare di più.

Il mio (in)solito commento a:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi» (Matteo 11,28-30)

Ci sono stanchezze che una notte di sonno non riesce a curare. Puoi riposare il corpo e svegliarti con l’anima ancora affaticata, puoi sorridere, lavorare, occuparti degli altri e mostrare al mondo una forza impeccabile, mentre dentro di te qualcosa cede lentamente, come un muro che nessuno sente scricchiolare. Forse anche tu hai imparato a rispondere «va tutto bene» proprio nei giorni in cui tutto bene non va affatto.

Il mondo apprezza chi resiste, chi produce, chi non si ferma, chi trasforma persino il dolore in una prestazione da superare, ma Gesù usa parole completamente diverse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Venite.

Vieni con il fiato corto, con le domande ancora aperte, con quella ferita che non sai spiegare nemmeno a te stesso. Vieni quando la fede è luminosa, ma vieni anche quando si è ridotta a un filo, perché Dio non aspetta la tua versione migliore, Dio vuole incontrare quella vera.

Eppure, subito dopo, Gesù pronuncia una frase che sembra quasi contraddire la promessa: «Prendete il mio giogo sopra di voi».

Un giogo, Gesù? Io vengo da Te perché sono stanco e Tu mi proponi un altro peso? Non sarebbe stato più semplice liberarmi da tutto, spezzare ogni legame e lasciarmi finalmente respirare? È proprio qui che il Vangelo ci sorprende, perché Gesù non promette una vita senza pesi, promette una vita in cui nessun peso dovrà più essere portato da soli.

Il giogo era uno strumento che univa due animali affinché procedessero insieme, mantenendo lo stesso passo e condividendo lo sforzo. La stessa parola richiama l’idea del congiungere, del legare due vite perché la forza dell’una sostenga la fragilità dell’altra.

Prova allora a immaginare la scena: sei tu a tirare l’aratro della tua esistenza, davanti a te c’è un terreno duro, irregolare, pieno di pietre che non avevi previsto, ma accanto a te c’è Cristo. Non sopra di te, non davanti a impartire ordini. Accanto. Aggiogato alla tua stessa storia.

Il suo passo rallenta quando rallenti tu, il suo respiro entra nella tua fatica e, quando il terreno diventa troppo duro, Lui sposta il peso sulle proprie spalle. Tu forse non te ne accorgi, senti soltanto che riesci a compiere un altro passo, poi un altro ancora, e pensi che sia merito della tua forza. E invece, a volte, chiamiamo coraggio ciò che in realtà è grazia.

Quante volte hai creduto di dover dimostrare di farcela? Quante volte hai nascosto la tua fragilità per paura di deludere qualcuno? Quante volte hai confuso la libertà con il dover bastare a te stesso? E se il peso più grande fosse proprio questa convinzione: dover essere sempre forte?

Ci hanno insegnato che chiedere aiuto significa cedere, che affidarsi significa perdere il controllo, che mostrare una ferita rende vulnerabili, così continuiamo a trascinare la nostra vita con le mani sanguinanti, mentre Dio ci cammina accanto e aspetta soltanto che gli permettiamo di afferrare il peso. Ma la vera forza non consiste nel non cadere mai. No, perché la vera forza comincia quando smetti di vergognarti di avere bisogno di qualcuno.

Gesù non cancella magicamente ogni salita, ma ti dona un passo che resiste. Non toglie tutte le lacrime, ma impedisce che diventino un oceano nel quale annegare. Non ti promette che nulla farà più male, ma ti promette che nessun dolore sarà inutile e nessuna notte sarà attraversata senza di Lui. Ecco il suo giogo: è dolce perché non stringe, unisce. Il suo peso è leggero perché Lui ne porta la parte più pesante.

Forse oggi non hai bisogno di una soluzione, hai bisogno di un luogo in cui finalmente abbassare le difese. Forse non devi capire tutto, devi soltanto smettere di fingere che tutto sia sotto controllo. Forse la preghiera più vera che puoi pronunciare è anche la più semplice: «Gesù, sono stanco». Basta questo.

Dio non ha paura della tua stanchezza. Entra proprio lì, nel punto in cui ti senti più debole, e trasforma la ferita in una porta.

Vieni, allora, appoggia il cuore al suo, consegnagli almeno una parte di ciò che stai trascinando e permettigli di camminare al tuo passo. Non devi essere invincibile. Non devi salvare tutti. Non devi reggere il mondo. Perché il mondo non è sulle tue spalle. Sei tu sulle spalle di Dio. E quando finalmente smetterai di aggrapparti alla tua forza, scoprirai che non stavi precipitando. Stavi cadendo tra le sue braccia #Santanotte

Alessandro Ginotta

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