
L’amore che resta
Ci sono parole che si ascoltano… e parole che ti attraversano. Parole che non si fermano alle orecchie, ma scendono giù, nel punto esatto in cui custodisci le tue ferite, le tue paure, i tuoi desideri più nascosti. E quelle che Gesù pronuncia nell’Ultima Cena appartengono proprio a questa categoria. Perché mentre tutto attorno a Lui sembra sul punto di crollare, mentre il tradimento ha già iniziato a muovere i suoi passi nel buio e la croce si staglia all’orizzonte come una montagna impossibile da scalare, Gesù non parla di vendetta, non parla di rabbia, non cerca colpevoli. Parla d’amore.
Il mio in(solito) commento a:
«Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Giovanni 15,12-17).
Ed è sconvolgente, se ci pensi. Perché noi, quando veniamo feriti, tendiamo a chiuderci. Quando abbiamo paura, costruiamo distanze. Quando la vita ci delude, diventiamo più freddi, più guardinghi, più duri. Gesù invece no. Più si avvicina il dolore, più il Suo cuore si spalanca. Più sente il peso della croce, più sceglie di amare.
E allora capisci che il cristianesimo non è la religione dei perfetti, ma la storia di un Dio che continua ad amare uomini imperfetti, fragili, incoerenti, spaventati… uomini come me. Come te.
E guarda che Gesù non sta lasciando ai suoi amici un consiglio gentile, qualcosa da fare “se possibile”, quando capita, quando ci sentiamo ispirati. No. Lui dice: «Questo vi comando». Cioè: questa è la strada. Questo è il cuore del Vangelo. Questo è ciò che vi renderà davvero vivi: amatevi.
Non solo quando è facile, neppure solo quando vi sentite capiti, quando vi trovate bene insieme. No. Amatevi anche quando costa, anche quando richiede pazienza, anche quando significa fare un passo verso qualcuno che si è allontanato. E perfino quando il tuo orgoglio ti urlerebbe di lasciar perdere.
Perché amare davvero significa smettere di mettere sé stessi al centro del mondo, e iniziare a fare spazio all’altro.
Ed è qui che il Vangelo diventa una rivoluzione silenziosa, ma potentissima. Perché Gesù non ci chiede un amore teorico, astratto, fatto di belle parole, ma ci chiede un amore concreto, che si sporca le mani, che sa restare accanto a chi soffre, che sa asciugare lacrime senza fare domande inutili, che sa tacere invece di ferire, che sa abbracciare anche quando avrebbe il diritto di andarsene.
Sai qual è una delle cose che più mi emoziona di questo brano? Che Gesù pronuncia queste parole sapendo benissimo chi ha davanti: Pietro, che lo rinnegherà; Giuda, che lo tradirà; tutti gli altri che se ne andranno. Eppure Lui ama lo stesso. Tutti. Indistintamente.
Lo capisci? Ama lo stesso. Perché il vero amore non nasce dalla perfezione dell’altro, ma dalla decisione di non smettere di vedere la luce che esiste perfino dentro le sue fragilità.
Noi invece spesso facciamo il contrario: amiamo finché tutto funziona, finché veniamo ricambiati, finché non veniamo delusi. Ma l’amore di Cristo attraversa perfino il fallimento. E questa cosa cambia tutto.
Perché significa che nessuno è perduto per sempre, che nessuna notte è abbastanza buia da impedire a Dio di raggiungerci, che nessuna ferita può impedirGli di amarci.
E allora forse dovremmo fermarci un istante e chiederci: quante persone aspettano semplicemente qualcuno che le ami davvero? Perché oggi il mondo è pieno di persone affamate d’amore. Persone che sorridono nelle fotografie e poi piangono nel silenzio delle loro stanze. Persone che si sentono invisibili. Persone che combattono battaglie che nessuno vede. E noi, senza rendercene conto, possiamo diventare per qualcuno una carezza di Dio. Con una telefonata, con un ascolto sincero, con una parola detta al momento giusto, con una presenza che non fugge. Perché a volte non servono miracoli rumorosi. A volte basta restare. Restare accanto a qualcuno. Restare in ascolto di Dio.
E poi arriva quella frase meravigliosa, tenera, quasi disarmante: «Non vi chiamo più servi… ma amici». Amici. Riesci a immaginarlo? Il Dio dell’universo che ti guarda e non ti vuole schiavo della paura, del senso di colpa, dell’idea di non essere abbastanza. Ti vuole amico. Ti vuole vicino. Ti vuole dentro la Sua vita.
Ed è bellissimo pensare che Dio non ci abbia salvati da lontano, gridando ordini dal cielo, ma venendo qui, dentro le nostre notti, dentro i nostri dubbi, dentro le nostre ferite. Dio ha scelto di abitare la nostra fragilità per dirci che nessuna debolezza può più fare paura.
E allora sì, forse alla fine tutto si riduce davvero a questo: imparare ad amare. Perché puoi avere successo, denaro, riconoscimenti, puoi correre tutta la vita inseguendo traguardi e applausi… ma se non ami, dentro resterà sempre un vuoto che niente riuscirà a riempire.
L’amore è l’unica cosa che attraversa la morte. L’unica che il tempo non riesce a consumare. L’unica che profuma già di eternità. E forse il Cielo inizia proprio così: ogni volta che qualcuno, invece di scegliere l’odio, sceglie ancora di amare. Anche oggi. Anche adesso. Anche qui #Santanotte
Alessandro Ginotta

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