
L’amore che resta sotto le macerie
Il dolore più segreto comincia quando, dopo aver perduto qualcosa che amavi, temi di aver perduto anche l’amore di Dio. Allora ripassi la tua vita come si torna in una casa dopo un terremoto, cercando qualcosa che sia rimasto al suo posto, mentre ogni ricordo sembra nascondere una colpa: una parola che non avresti dovuto pronunciare, una preghiera dimenticata, quel giorno in cui eri felice e non avevi pensato a ringraziare nessuno. E quasi ti vergogni a domandarlo, ma dentro di te il sospetto insiste: possibile che sia per questo?
Nei colloqui di coaching spirituale mi capita di accompagnare le persone fin dentro questa domanda, cercando insieme un perché alla malattia, a una morte arrivata quando c’erano ancora progetti sparsi per casa, a un amore che prometteva di invecchiare con noi e invece se n’è andato. Oppure al lavoro perduto dopo avergli consegnato gli anni migliori. Sotto ogni perché ne trema un altro, più difficile da confessare: «Che cosa ho fatto per meritarmelo?». Se anche tu te lo sei chiesto, vorrei fermarmi qui con te e aprire il Vangelo, senza la fretta di riempire il silenzio o di asciugarti le lacrime prima che tu abbia potuto piangerle.
Il mio (in)solito commento a:
«Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Luca 13,1-9)
Si parla di uomini uccisi da Pilato, e Gesù ricorda anche diciotto persone morte sotto la torre di Sìloe: un istante prima erano vive, ciascuna dentro la propria giornata, poi il crollo. Erano più colpevoli degli altri? Gesù risponde di no, e vorrei che quel no arrivasse dove le parole di conforto non riescono più a entrare, proprio nel punto in cui hai cominciato a trattare la tua sventura come una vergogna. Non devi chiedere perdono per essere stato ferito. Ciò che ti è accaduto può avere cause da cercare, responsabilità da riconoscere, ingiustizie da combattere, ma il fatto che tu soffra non dimostra che tu abbia meritato di soffrire. Non sei meno amato perché qualcuno ti ha lasciato, né sei diventato indegno di Dio perché una diagnosi ha cambiato il nome del tuo futuro.
La fede ci parla di un’umanità ferita dal peccato originale, di una creazione che attende di essere liberata dal male; questo mistero, però, non ci consegna la spiegazione di ogni disgrazia e non ci autorizza a riconoscere in ogni perdita una punizione o una vendetta del maligno. Puoi cercare risposte, puoi domandare e persino protestare, perché Dio sa ascoltare anche le preghiere che cominciano con un «perché» e finiscono nel pianto. La menzogna alla quale resistere è quella che ti vorrebbe convincere di essere rimasto fuori dal suo amore, come se il dolore fosse una porta che Lui ti ha chiuso in faccia.
Guarda Gesù, che ha conosciuto il tradimento di un amico, la solitudine in mezzo alla folla, il corpo che cede e il grido che sembra non ricevere risposta: quando gli dici che non ce la fai, gli parli in una lingua che conosce. Puoi raccontargli di quando apparecchi e, per un istante, dimentichi che quel posto resterà vuoto; delle notti in cui ascolti ogni rumore del tuo corpo; della fatica di rispondere «bene» per non dover spiegare tutto da capo. Puoi consegnargli anche ciò che non riesci a raccontare a nessuno, perché non occorre rendere il dolore presentabile per portarlo a Dio. Ciò che ti spezza la voce non impedisce al tuo cuore di essere ascoltato.
Ed è proprio mentre ci richiama alla conversione che Gesù ci conduce davanti a un fico senza frutti. Il proprietario vorrebbe tagliarlo, ma il vignaiolo chiede altro tempo e si offre di scavare attorno alle radici, di nutrire la terra, di prendersi cura di quella vita che sembra essersi fermata. In questo gesto possiamo riconoscere la pazienza di Cristo, il suo desiderio di raggiungerci là dove, da soli, non sappiamo più cosa fare di noi. Dio non aspetta che tu torni a fiorire per prendersi cura di te.
La conversione riguarda tutti e ci chiama ad accogliere il suo amore, lasciando che trasformi il nostro modo di vivere. Per te, oggi, può cominciare anche dal deporre un’accusa ingiusta contro te stesso, dal permettere a qualcuno di aiutarti, da una preghiera piccolissima: Signore, io non vedo più avanti, ma desidero camminare ancora con te. Non devi trasformare subito la tua ferita in una lezione, né dimostrare entro domani di essere diventato più forte: il bene può germogliare lentamente, nella mano che accetti, nell’ascolto che un giorno saprai offrire, nella tenerezza che il dolore non sarà riuscito a portarti via. Dio può far nascere qualcosa di buono anche dalla terra sconvolta, senza che per questo diventi buona la disgrazia che l’ha devastata.
Cristo risorto non ci promette giorni senza altri strappi, ma ci apre un futuro che neppure la morte può chiudere. Ricordalo quando tutto sembra immobile: anche davanti al sepolcro c’era una pietra, e a chi piangeva sembrava definitiva. Tu puoi ancora piangere, puoi avere paura, puoi aver bisogno di tempo; la Pasqua non ti chiede di negare la notte, ti annuncia che la notte non avrà l’ultima parola.
Affida a Dio questo poco di respiro, questo amore ferito, questa vita che non sai ancora come ricominciare. Sei suo figlio anche adesso, sei sua figlia anche qui, e puoi lasciarti amare senza avere già trovato una risposta a tutto. Nel sepolcro, dove ogni possibilità sembrava finita, Dio ha inaugurato la risurrezione: per questo la speranza cristiana osa guardare oltre ciò che oggi riusciamo a vedere e affidarci a un amore capace di custodirci persino attraverso la morte.
Non esiste tenebra che Dio non possa raggiungere con la sua luce. E quando non riesci ancora a vedere l’alba, puoi affidarti a questo: l’amore che ha aperto il sepolcro tiene tra le mani anche la tua vita.
L’amore che resta sotto le macerie raccoglie il crollo della torre e quello delle nostre certezze, ma, perfino dove tutto sembra perduto, l’amore di Dio rimane e rende possibile ricominciare.#Santanotte
Alessandro Ginotta

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