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La zizzania che cresce (anche) dentro di noi

La zizzania che cresce (anche) dentro di noi

L’inferno può cominciare già qui, ogni volta che scegli il rancore invece della pace, la vendetta invece del perdono, la solitudine invece di una mano tesa. È una stanza che costruiamo lentamente, mattone dopo mattone, scrivendo su ogni parete: «Posso fare a meno dell’amore»

Il mio (in)solito commento a:
«Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo» (Matteo 13,36-43).

Ci sono parole del Vangelo che ci accarezzano, parlano di pecore ritrovate, di padri che attendono sulla soglia, di abbracci che restituiscono la vita, e poi ce ne sono altre che bruciano, perché ci mettono davanti al giudizio e alla possibilità terribile di perderci. Gesù pronuncia anche queste parole perché ci ama troppo per raccontarci una favola rassicurante. Alcune verità non vengono per spaventarci, ma per svegliarci.

Eppure, appena sentiamo parlare di zizzania, pensiamo agli altri: a chi ci ha ferito, a chi consideriamo cattivo, a chi abbiamo già condannato nel tribunale segreto del nostro cuore. Noi, naturalmente, ci immaginiamo dalla parte del grano buono. Ma ne siamo davvero certi?

E se la zizzania fosse quell’orgoglio che chiami dignità, quella durezza che travesti da sincerità, quel rancore che continui a nutrire convincendoti di avere soltanto buona memoria? Il male più pericoloso non è sempre quello che scandalizza, ma quello che abbiamo imparato a giustificare.

Gesù non ti consegna una lista di persone da condannare, ti conduce nel campo del tuo cuore, dove crescono insieme desideri luminosi e ferite mai guarite, slanci d’amore e improvvise chiusure. Tu sei quel campo, ed è proprio lì che Dio continua a seminare, anche quando tu vedi soltanto terra arida.

Il fuoco può fare paura, eppure non serve soltanto a distruggere: illumina, riscalda, purifica. Forse Dio non vuole bruciare la tua vita, ma ciò che ti impedisce di viverla; non vuole cancellare la tua storia, ma liberarla dalle catene che le hai stretto intorno.

L’inferno, allora, può cominciare già qui, ogni volta che scegli il rancore invece della pace, la vendetta invece del perdono, la solitudine invece di una mano tesa. È una stanza che costruiamo lentamente, mattone dopo mattone, scrivendo su ogni parete: «Posso fare a meno dell’amore». Dio, però, rimane davanti alla porta. Non la sfonda, perché l’amore non invade; chiama, attende, continua a credere in te perfino quando tu hai smesso di farlo. Forse la dannazione consiste proprio nello scoprire di essere stati amati per tutta la vita e avere trascorso la vita fuggendo da quell’amore.

Ma oggi non è ancora la fine del mondo. Oggi è il tempo in cui puoi aprire la porta, pronunciare quel «perdonami» rimasto prigioniero nella gola, smettere di annaffiare ciò che ti avvelena. Oggi la zizzania può ancora essere strappata senza distruggere il campo.

Non temere il fuoco di Dio: non è acceso contro di te, ma contro tutto ciò che ti tiene lontano dalla tua vera grandezza. E quando l’ultima notte sarà attraversata dalla sua luce, scoprirai che Dio non era venuto a ridurti in cenere, ma a incendiare il cielo con ciò che di eterno aveva seminato dentro di te #Santanotte

Alessandro Ginotta

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