• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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La speranza oggi ha la tua voce

La speranza oggi ha la tua voce

A volte una persona ti chiede se hai un minuto, e dentro quel minuto spera di trovare il coraggio per affrontare domani. Il telefono si illumina proprio quando avevi deciso che, per quella sera, il mondo avrebbe dovuto cavarsela senza di te. Hai ancora addosso le parole del lavoro, qualcosa da finire, una stanchezza che aspettava soltanto il permesso di farsi sentire. Riconosci il nome. Lasci passare uno squillo. Poi rispondi. «Ti disturbo?». Lo dice quasi sorridendo, per rendersi più leggero. Eppure c’è un’esitazione, subito dopo, che ti trattiene: quella persona sembra già pronta a chiederti scusa per avere avuto bisogno di te. Ti siedi. Abbassi il volume della televisione. «Dimmi. Ti ascolto». All’inizio racconta cose piccole, gira intorno a una giornata difficile, prova persino a scherzare. Poi, mentre capisce che può prendersi il tempo per trovare le parole, arriva la verità. Quella che aveva ingoiato a pranzo, nascosto ai colleghi, riportato a casa insieme alle chiavi. «Oggi mi sono sentito di troppo».

Il mio (in)solito commento a:
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Luca 12,39-48)

Cerchi una risposta e per qualche istante non la trovi. Ti esce soltanto un «mi dispiace», ma lo dici rimanendo lì, senza affrettarti a riempire il silenzio. E dall’altra parte qualcuno ricomincia a parlare. Forse conosci anche tu quel sollievo: poter raccontare quanto pesa la vita senza dover subito aggiungere che, in fondo, non è niente.

Essere amati significa anche poter smettere di rendere sopportabile il proprio dolore per meritare compagnia. Gesù oggi ci porta dentro una casa e ci invita a osservare un amministratore. Il padrone gli ha affidato le persone che vi abitano, perché distribuisca a ciascuno il cibo al momento giusto.

Mi commuove quel particolare: al momento giusto. Perché la fame ha un’ora, e chi aspetta il pane non può nutrirsi delle nostre intenzioni. La fedeltà, qui, ha mani concrete: apre le provviste, riconosce i bisogni, si ricorda di tutti. Poi guardo la nostra vita e mi accorgo di quante volte qualcuno ci venga incontro portando una fame che non sa spiegare.

Un figlio comincia a raccontarti qualcosa mentre stai scrivendo un messaggio. Ti sembra una storia da poco, finché alzi gli occhi e scopri quanto gli importa che tu la conosca. Una persona anziana ti ripete una domanda alla quale hai già risposto; forse, insieme alla risposta, cerca la certezza di avere ancora un posto nei tuoi pensieri. Un collega diventa brusco proprio nei giorni in cui si sente più incapace, e tu puoi scegliere con quali parole raggiungerlo.

Ci affidiamo gli uni agli altri così, spesso senza dichiararlo. Lasciamo nelle mani di qualcuno una paura, una speranza, una parte di noi che da soli facciamo fatica a custodire. C’è una responsabilità immensa nel modo in cui tocchiamo la fiducia degli altri.

Per questo Gesù diventa severo quando racconta del servitore che comincia a picchiare le persone affidate alla sua cura, mentre mangia, beve e si ubriaca. In quella casa il pane c’è, ma qualcuno lo trattiene per sé, e trasforma l’autorità in un’occasione per ferire. Il dolore di chi subisce entra nel giudizio di Dio. Ogni potere esercitato su una persona, ogni libertà calpestata, ogni fiducia tradita conta. L’amore con cui Dio ci guarda comprende anche questa serietà: la vita dell’altro è preziosa, e dobbiamo rispondere di come la trattiamo. «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto».

Forse leggi queste parole e ti sembra di avere ben poco da offrire. Arrivi a sera con le energie contate, qualche preoccupazione che non riesci a confidare, il timore di deludere chi si aspetta qualcosa da te. Allora fermiamoci un momento. Proviamo a cercare quel «molto» senza fare l’inventario di ciò che ti manca.

Potrebbe avere il volto di chi ti ha voluto bene quando eri difficile da avvicinare. La voce di chi ti ha insegnato qualcosa con pazienza. Potrebbe essere il perdono ricevuto una volta, che ancora oggi ti permette di guardare la tua storia senza vergognartene interamente. Forse è la sensibilità con cui riconosci una tristezza perché l’hai attraversata anche tu. È ciò che sai fare e che a te sembra normale, mentre per un altro potrebbe diventare un aiuto decisivo.

Una parte del bene che hai ricevuto può ancora diventare il futuro di qualcuno. Pensaci: la pazienza di una persona vissuta molti anni fa potrebbe arrivare fino a questa sera, attraverso il modo in cui tu rispondi a una telefonata. Qualcuno ha avuto cura di te e ti ha insegnato, magari senza saperlo, a fare spazio. Adesso quello spazio può aprirsi ancora.

Mi piace riconoscere anche qui la tenerezza di Dio: nell’amore che ci raggiunge attraverso una vita e continua il suo viaggio nella nostra. E Dio conosce la tua misura. Sa quanto costa certi giorni offrire attenzione, sa quando il tuo silenzio è stanchezza e quando hai bisogno di essere ascoltato a tua volta. Nel bene che desidera c’è posto anche per te. Puoi essere tu, stasera, a cercare un nome sul telefono. Puoi dire: «Faccio fatica. Hai un momento?». Puoi permettere a qualcuno di conoscere la parte di te che di solito nascondi dietro un sorriso premuroso.

La tua vita merita cura anche quando le tue mani sono vuote. Sei amato mentre impari a donare, e lo sei quando riesci soltanto a ricevere. Dio ti incontra anche lì, dove hai finito le parole e vorresti che qualcuno capisse senza costringerti a spiegare tutto. E se, leggendo, ti è tornato alla mente un volto che hai trascurato, prova ad accogliere quel ricordo come una possibilità.

Forse una visita si può ancora fissare. Una promessa può diventare finalmente un giorno segnato sul calendario. Puoi chiedere perdono per una frase che ha ferito, ascoltare la risposta senza difenderti subito e cominciare a riparare, con rispetto per i tempi dell’altro.

La speranza prende corpo quando le permettiamo di diventare un gesto. Pensa a un nome, oggi. Uno soltanto. Lascia che abbia un volto, una storia, un bisogno preciso. Poi scegli il bene che puoi offrirgli davvero. Forse basterà cominciare da qui: «Mi sei venuto in mente. Come stai?». E avere abbastanza tenerezza da ascoltare anche una risposta diversa da quella che speravi. Prima di addormentarti, affida a Dio quel nome. E insieme affidagli il tuo. «Signore, grazie per l’amore che mi ha portato fin qui. Aiutami a riconoscere chi aspetta qualcosa di buono da me. Insegnami a donarlo con delicatezza e, quando sarò io ad avere bisogno, dammi il coraggio di lasciarmi amare».

Poi riposa. Anche ciò che oggi è rimasto incompiuto può essere consegnato alle sue mani. Domani forse il telefono si illuminerà ancora. Qualcuno domanderà se disturba, e tu riconoscerai quella piccola esitazione: il timore di chiedere troppo, il desiderio di poter essere finalmente sinceri. Forse saprai accoglierlo con una tenerezza che hai ricevuto proprio questa notte, lasciando che Dio raggiungesse anche la tua stanchezza.

Il futuro, qualche volta, ricomincia così. Una voce ci ascolta fino in fondo e noi troviamo il coraggio di dire ciò che ci fa male, di chiedere aiuto, di tentare ancora. Lascia che questa speranza riguardi anche te. La tua presenza può fare bene. Il tuo amore può maturare. Persino da ciò che oggi rimpiangi può nascere una scelta più attenta, più giusta, più capace di custodire qualcuno.

Affida a Dio questa notte. Domani avrai ancora bisogno d’amore, e ancora amore da offrire. Puoi addormentarti sapendo che entrambe le cose hanno posto nel suo cuore. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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