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La notte può toglierti le parole. Non il diritto di bussare

La notte può toglierti le parole. Non il diritto di bussare

Il sacchetto si rompe sull’ultimo pianerottolo e le arance rotolano giù, mentre tu rimani con i manici in mano e una giornata intera sparsa sulle scale. Dalla porta accanto qualcuno domanda: «Hai bisogno?». Hai già pronto il tuo «No, grazie», quello che pronunci quando sei stanco, quando sei solo, quando vorresti che qualcuno capisse senza costringerti a confessare quanto pesa. E se questa volta dicessi di sì?

Il mio (in)solito commento al Vangelo
«Chiedete e vi sarà dato» (Luca 11,5-13)

Forse la prima cosa da raccogliere è proprio quel bisogno che ti affretti sempre a nascondere, come se essere amato richiedesse di non disturbare mai. Hai diritto a una mano anche quando sei tu quello che aiuta tutti.

Gesù ci porta dentro una notte, davanti a un uomo che bussa perché un amico è arrivato da lontano e lui non ha pane da offrirgli. La casa a cui si rivolge è chiusa, i bambini dormono, la risposta è seccata; eppure rimane, perché ha ancora negli occhi il volto del viaggiatore e non vuole lasciarlo a digiuno. L’amore gli ha dato il coraggio di essere scomodo.

Conosci anche tu quella fame a cui vorresti rispondere: un figlio che cerca fiducia dietro una porta sbattuta, la persona che ami e che da giorni ti parla soltanto di cose da fare, un genitore che ripete la stessa domanda perché forse desidera soprattutto trattenerti. Vorresti esserci con tutto il cuore, ma certe sere anche dentro di te gli scaffali sono vuoti. Allora ti rimproveri, stringi i denti, pretendi ancora qualcosa da una stanchezza che avrebbe bisogno di essere abbracciata. Gesù ti mette sulle labbra una preghiera piccolissima: «Prestami tre pani».

Padre, prestami la pazienza che ho consumato. Dammi una parola che non ferisca, uno sguardo capace di accorgersi, il coraggio di tornare da chi ho trattato male. Ho qualcuno da amare e oggi, da solo, non ci riesco.

Puoi bussare con le mani vuote: è per questo che esistono le porte. «Chiedete e vi sarà dato». Sono parole luminose, ma so che qualcuno le legge attraverso le lacrime, perché ha chiesto che una persona restasse, che una malattia guarisse, che una casa tornasse a essere casa. E quel bene atteso non è arrivato.

Se sei tu, vorrei fermarmi un momento accanto alla tua domanda, senza coprirla di spiegazioni. Il Vangelo non ti chiede di chiamare bene ciò che ti ha spezzato, né di vergognarti perché fai fatica a credere. Puoi portare a Dio perfino la rabbia, puoi dirgli «Non capisco», puoi affidargli quel silenzio nel quale non trovi più il suo nome.

Anche Gesù ha pregato nell’angoscia. Sa quanto può costare continuare a rivolgersi al Padre quando la notte rimane notte. Alla fine del brano, il dono promesso ha un nome: lo Spirito Santo. Dio che si dona, che entra nella nostra esistenza e vi suscita vita, aprendo dentro la fatica lo spazio per un gesto ancora possibile. Chiedere aiuto. Accettare compagnia. Tornare a parlare dopo giorni di silenzio. Da lì può ricominciare molto più di quanto immaginiamo.

Una riconciliazione può cominciare in cucina, mentre asciughi un piatto e trovi il coraggio di dire: «Mi dispiace». Una solitudine può incrinarsi quando ammetti: «Stasera avrei bisogno di te». E qualcuno può ritrovare fiducia perché, quando ha bussato, tu hai aperto. La speranza passa anche da queste mani, dalle tue, che un giorno cercano pane e il giorno dopo imparano a dividerlo.

Perciò bussa, con la voce che hai e con tutta la vita che desidera ancora fiorire. Sul pianerottolo ci sono arance da raccogliere, nelle case persone da raggiungere, dentro di te un amore che merita di essere nutrito. La notte può toglierti le parole. Non il diritto di bussare #Santanotte

Alessandro Ginotta

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