
La notte in cui nessuno disse no
Ci sono stanze nelle quali la verità entra viva ed esce su un vassoio
Il mio (in)solito commento al Vangelo nasce da una richiesta che ancora oggi fa rabbrividire: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista» (Marco 6,17-29).
Accade nel palazzo di Erode, durante una festa affollata di uomini importanti, calici pieni e sorrisi interessati. Fuori da quella sala c’è Giovanni, rinchiuso in una cella perché ha avuto il coraggio di pronunciare una frase che nessuno voleva ascoltare. Dentro si celebra un compleanno. Eppure l’unico uomo davvero vivo è quello in catene.
Giovanni aveva detto a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Poche parole, limpide e affilate. Il Battista non cercava consensi, non aveva un’immagine da difendere, non misurava la verità sulla reazione di chi l’ascoltava. Era libero perché non apparteneva alla propria paura. Erode, invece, possedeva un palazzo, un titolo, delle guardie e un intero territorio. Gli mancava il governo di sé.
L’evangelista racconta che ascoltava Giovanni volentieri, pur rimanendo turbato dalle sue parole. È un dettaglio che ci avvicina a lui più di quanto vorremmo. Erode non è completamente sordo; sente il fascino della verità, ne riconosce la forza, forse intuisce che quell’uomo imprigionato desidera salvarlo da una vita diventata troppo stretta. Ma ascoltare senza scegliere può diventare un modo elegante per rimandare la conversione.
Si può amare una parola e continuare a tradirla. Arriva la danza della figlia di Erodiade. Erode, sedotto dall’entusiasmo dei commensali, le promette qualunque cosa, persino metà del suo regno. La ragazza esce dalla sala e chiede alla madre: «Che cosa devo domandare?». Questa domanda nasconde una tragedia ancora più profonda della condanna di Giovanni: una giovane donna non sa che cosa desiderare e affida a qualcun altro il proprio desiderio.
Erodiade mette il suo odio nella bocca della figlia. Così il rancore passa da una generazione all’altra, travestito da desiderio personale. Accade anche nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro, dentro le relazioni: consegniamo a qualcuno ferite che non ha ricevuto, gli insegniamo chi disprezzare, gli affidiamo vendette nate prima di lui. E chi viene dopo finisce per combattere battaglie delle quali ignora perfino l’origine.
La ragazza rientra e pronuncia la richiesta: vuole la testa di Giovanni. La vuole subito. La vuole su un vassoio. Quel vassoio dice molto di quella corte. Tutto deve diventare oggetto da possedere, consumare, esibire. Anche un uomo. Anche la sua coscienza. Anche la verità.
Erode si fa triste, ma ordina l’esecuzione. Aveva giurato davanti agli invitati e teme di apparire debole. Per difendere la propria reputazione, cancella un volto. Preferisce convivere con il rimorso piuttosto che sopportare per pochi istanti la disapprovazione della sala. Il male, quella sera, non ha bisogno di grandi discorsi. Gli basta che nessuno pronunci una parola semplicissima: no.
Non la dice la ragazza alla madre. Non la dice Erode alla ragazza. Non la dicono gli invitati al re. Non la dice il soldato che scende nella prigione. Ognuno si rifugia nel ruolo che gli è stato assegnato: mi è stato chiesto, avevo promesso, dovevo obbedire, ormai era troppo tardi. È così che la responsabilità scompare, passata di mano in mano, mentre una colpa senza proprietario diventa una lama.
Anche noi conosciamo questa tentazione. Accade quando diciamo: «Ormai ho dato la mia parola», benché quella parola produca dolore. Accade quando restiamo fedeli a una decisione sbagliata per paura di riconoscerla. Accade quando lasciamo che siano le aspettative degli altri a scegliere la persona che dobbiamo diventare.
Ci sono promesse che vanno ritirate, strade che vanno abbandonate, sale che bisogna avere il coraggio di deludere. La coerenza, quando ci lega al male, diventa ostinazione. A volte la scelta più santa consiste nell’interrompere il banchetto, alzarsi davanti a tutti e dire: «Mi sono sbagliato». Erode avrebbe potuto farlo. Nessuno gli aveva ancora tolto questa libertà. È lui a consegnarla agli sguardi dei commensali.
Forse il profeta che cerchiamo di decapitare oggi ha il volto di una persona che ci parla con sincerità. Forse è una domanda che continua a visitarci, una pagina del Vangelo che ci mette a disagio, una ferita che chiede finalmente di essere curata. Forse è quella parte profonda di noi che conosce già la strada e attende che smettiamo di fingere di esserci perduti.
La voce di Dio non entra nella nostra vita per umiliarci. Pronuncia la verità perché vede la bellezza che abbiamo sepolto sotto le nostre paure. Ci chiama proprio dal punto in cui ci siamo arresi, prende sul serio la libertà che noi continuiamo a svendere in cambio di approvazione.
Alla fine, i discepoli raccolgono il corpo di Giovanni e lo depongono in un sepolcro. Sembra la conclusione. Eppure, all’inizio di questo racconto, Erode sente parlare di Gesù e crede che Giovanni sia risorto. La voce che aveva tentato di spegnere ritorna, più vicina e potente, dentro le opere di Cristo. La verità respinta conosce strade misteriose per raggiungerci di nuovo.
Questa è la misericordia: Dio torna a bussare anche dopo che gli abbiamo chiuso la porta, anche dopo che abbiamo chiamato il carnefice, anche dopo che il banchetto è finito e siamo rimasti soli con ciò che abbiamo scelto. Torna perché nessun errore riesce a convincerlo a rinunciare a noi.
Il vassoio di Erode è vuoto da secoli. La voce di Giovanni è ancora piena di Dio. E oggi pronuncia il tuo nome #Santanotte
Alessandro Ginotta
Sostieni labuonaparola.it
La tua donazione mi aiuterà a continuare a creare contenuti di qualità:
Ogni contributo, grande o piccolo, fa la differenza. Grazie per il tuo sostegno!
Lasciati raggiungere dai miei (in)soliti commenti sulla tua e-mail
Iscriviti alla newsletter: è gratis e potrai cancellarti in ogni momento!


