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Dio riconosce anche la luce che trema

Dio riconosce anche la luce che trema

L’attesa ha un peso diverso a seconda di ciò che custodiamo dentro. Può scavare voragini oppure preparare incontri. Da fuori sembra sempre la stessa: minuti che avanzano piano, silenzi troppo lunghi, domande rimaste senza risposta. Nel segreto del cuore, intanto, qualcuno lascia spegnere il desiderio e qualcuno raccoglie olio.

Il mio (in)solito commento a:
“Ecco lo sposo! Andategli incontro!” (Matteo 25,1-13)

Dieci ragazze attendono lo sposo. Lo stesso invito, la stessa strada, lampade quasi identiche tra le mani. Tutte immaginano la festa, pregustano la gioia, aspettano che una voce annunci l’arrivo. Poi lo sposo tarda. La sera diventa notte, la notte si fa pesante e il sonno vince ogni resistenza. Si addormentano tutte. Anche le sagge.

Questo particolare mi commuove, perché racconta la tenerezza con cui Gesù guarda le nostre fragilità. Egli conosce le stagioni in cui la fede si stanca, la preghiera perde voce e la speranza si rannicchia dentro di noi cercando un poco di riparo. Conosce l’attesa di una guarigione che tarda, di un figlio che si è allontanato, di un lavoro che manca, di una ferita che continua a fare male. Conosce perfino quei giorni in cui pronunciare il suo nome sembra richiedere tutta la forza rimasta.

Le ragazze sagge dormono. La loro sapienza è racchiusa nella scorta preparata quando gli occhi erano ancora aperti. La saggezza del Vangelo abita spesso in ciò che nessuno vede: l’olio è nascosto in un piccolo vaso. Non fa rumore, non attira sguardi, non procura applausi. Somiglia alle fedeltà quotidiane che tengono in piedi la vita: una parola gentile trattenuta sulle labbra quando la rabbia chiedeva spazio, il perdono maturato lentamente dentro una ferita, una preghiera balbettata nell’aridità, il tempo regalato a chi aveva bisogno di raccontarsi. È il bene compiuto mentre nessuno osserva. È l’amore che continua a scegliere, anche nei giorni in cui perde ogni dolcezza. Ogni gesto sincero lascia una goccia nel vaso dell’anima.

Arriva poi la mezzanotte.

È l’ora senza appigli, il punto in cui le nostre sicurezze smettono di parlare e le domande diventano immense. La mezzanotte può presentarsi con il referto di un medico, una telefonata improvvisa, una sedia rimasta vuota, un addio che non eravamo pronti a pronunciare. A volte assume il volto inatteso della grazia: una possibilità che credevamo perduta, una chiamata giunta quando avevamo già smesso di sperare, una porta che si apre nel muro davanti a noi. Ed è proprio lì, nel cuore più profondo della notte, che risuona il grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!»

Dio ama arrivare nelle ore che avevamo dichiarato finite. Entra nei luoghi dai quali la speranza si è allontanata, attraversa il nostro disordine, ci raggiunge ancora spettinati dal sonno e pronuncia l’invito alla festa. La grazia possiede una puntualità tutta sua: arriva tardi per i nostri calcoli, nel momento esatto per la nostra salvezza.

Le ragazze si alzano e preparano le lampade. Soltanto allora appare la differenza. Finché c’era luce, sembravano tutte pronte. Il buio rivela ciò che ciascuna ha custodito.

Quelle rimaste senza olio chiedono alle altre di condividerlo. La risposta ci disturba. Eppure esistono realtà dell’anima che possono maturare soltanto dentro una scelta personale. Qualcuno può accompagnarci, sostenerci, tenerci la mano e perfino portarci in braccio quando le forze cedono. Rimane un luogo intimo e inviolabile nel quale ciascuno è chiamato a pronunciare il proprio sì.

Nessuno può amare al posto tuo. Nessuno può consegnare a Dio la tua fiducia, attraversare la tua paura, compiere il bene che attende proprio le tue mani. La luce di chi ti è accanto può mostrarti la strada; l’incontro chiede la fiamma del tuo cuore. Forse senti che la tua si è fatta piccola. Il vento delle delusioni l’ha piegata, le ferite hanno annerito il vetro della tua lampada, alcune preghiere rimaste sospese ti potrebbero perfino aver fatto dubitare della presenza di Dio. Accostati alla tua anima con delicatezza. Sotto ciò che sembra cenere potrebbe respirare ancora una brace. Ma Dio sa vedere la luce mentre trema.

Gli basta quel chiarore incerto per ritrovare il sentiero che conduce fino a te. Gli basta una fessura aperta nella paura per riempire nuovamente la stanza. Il Signore ha sempre avuto una predilezione per le piccole fiamme: si avvicina, le protegge con le mani e restituisce loro il coraggio di illuminare.

La parabola termina davanti a una porta chiusa, con parole capaci di inquietarci: «Non vi conosco». In quella frase sento il dolore di un’intimità rimandata, di una presenza sfiorata mille volte e mai davvero accolta. Dio passa continuamente accanto alla nostra vita. Ha il volto di chi ci chiede ascolto, abita l’occasione di bene che ci raggiunge senza preavviso, respira nel richiamo discreto della coscienza. Ogni giorno ci sussurra: “Impara a riconoscermi qui. Lasciati incontrare adesso”.

Vegliare significa educare il cuore ai suoi passi. Significa conservare uno spazio per lo stupore, mantenere tenera la parte di noi capace di amare, raccogliere oggi l’olio che darà luce alla mezzanotte di domani.

Abbi cura della tua fiamma. Nutrila con ciò che ti rende più umano, proteggila dalle parole che induriscono, portala vicino a chi attraversa il buio. Anche la luce più piccola diventa immensa quando qualcuno ha smarrito la strada.

Verrà l’ora del grido. Ti alzerai, forse ancora stanco, con il cuore segnato da tutte le notti attraversate. Solleverai la tua lampada e scoprirai che nessuna goccia d’amore è andata perduta. Allora la mezzanotte si aprirà come un’alba. E Dio pronuncerà il tuo nome, perché avrà riconosciuto nella tua piccola luce il riflesso del suo amore #Santanotte

Alessandro Ginotta.

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