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La notte che trattiene il respiro

La notte che trattiene il respiro

Eccola, questa è la notte. Non una notte qualunque, ma quella che ti entra dentro piano, senza fare rumore, e ti costringe a fermarti davvero, a guardarti senza difese, mentre tutto attorno sembra trattenere il respiro. È la notte del Sabato Santo. E non si sente nulla.

Un silenzio denso, quasi pesante, come se il mondo intero fosse stato improvvisamente messo in pausa. Le campane sono legate. Da quel Gloria del Giovedì Santo fino a quello della Veglia Pasquale, i bronzi tacciono, zittiti, fermati, come se anche il cielo avesse deciso di non parlare.

Perché Cristo è morto davvero. E quando muore Lui, qualcosa dentro di te inevitabilmente si spezza, perché crollano le certezze, si sgretolano le attese, e resta solo quella domanda che non riesci a evitare:
e adesso? Dov’è Dio quando tutto finisce? Dov’è Dio quando il male sembra vincere?

E non è solo una domanda lontana, antica. È la tua domanda, oggi.

Perché anche oggi è notte. Lo vedi nel mondo ferito, nei cieli attraversati da droni e missili, nelle bombe che cancellano vite e storie, nelle popolazioni stremate che resistono come possono. Lo vedi anche vicino a te, in una violenza che si insinua nelle strade, nei gesti, perfino negli occhi dei più giovani. È come se le tenebre non fossero solo scese sulla terra… ma sull’umanità. Un mondo intero, con le campane legate. E forse anche il tuo cuore. Quante volte ti sei sentito così, in silenzio, svuotato, come se qualcosa dentro di te si fosse fermato? Come se la vita avesse smesso di suonare?

Eppure è proprio qui che accade qualcosa di incredibile.

Perché Dio non è assente. Dio lavora nel silenzio. Nel buio. Nel punto esatto in cui tu pensi che sia tutto finito. La vita non fa rumore quando rinasce. Cresce sotto terra. Matura nel nascondimento. Prende forma proprio mentre tu credi che non ci sia più nulla. E allora questo Sabato Santo diventa il giorno della fiducia più radicale, quella che resta anche senza prove, anche senza segni, anche senza risposte.

Per accompagnare queste parole ho scelto un dipinto. Non a caso. Il Compianto sul Cristo morto del Mantegna, custodito alla Pinacoteca di Brera. Lo guardi… e pensi di vedere un corpo morto. Ma se ti fermi davvero, se lasci che quell’immagine ti parli, ti accorgi che non è così. Quelle membra non sono abbandonate, sono tese. Quel corpo non è vinto, è pronto. C’è una forza trattenuta, una vita che sta per esplodere. È l’istante prima. L’istante in cui tutto sembra finito… ma in realtà sta per cominciare tutto.

E allora oggi non ti chiedo di capire, né di spiegare, né di avere risposte. Ti chiedo solo questo: resta. Resta in questa notte, anche se pesa, anche se fa male, anche se vorresti scappare. Perché è proprio da qui che la luce sta arrivando. Non la vedi ancora. Ma è già in cammino.

Maràna tha. Vieni, Signore Gesù! Sciogli le campane del nostro cuore. Entra nelle nostre notti. Ridacci la forza di sperare.

Perché ascolta bene… quando tutto tace, quando tutto sembra fermo, quando tutto appare perduto… è solo perché la Vita sta per rialzarsi #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Il Cristo morto (o Lamentazione siul Cristo morto)” uno dei più celebri dipinti di Andrea Mantegna, tempera su tela (68×81 cm), databile con incertezza tra il 1475-1478 circa e conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano. L’opera è celeberrima per il vertiginoso scorcio prospettico della figura del Cristo disteso, che ha la particolarità di “seguire” lo spettatore che ne fissi i piedi scorrendo davanti al quadro stesso

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