
Là dove il dolore incontra Dio
Li vedi quei volti segnati dalla fatica, dalla malattia, dall’attesa? Li senti quei passi affrettati, quelle mani che si protendono, quelle lettighe improvvisate trascinate tra la polvere? Nessuno chiede miracoli eclatanti. Nessuno pretende spiegazioni. C’è solo un desiderio, semplice e disperato insieme: toccare. Anche solo sfiorare. Anche solo il lembo del suo mantello…
Il mio in(solito) commento a: Quanti lo toccavano venivano salvati (Mc 6,53-56)
Immagina la barca che tocca la riva, il legno che scricchiola, l’acqua che si ritira piano. Gesù scende. Non fa in tempo a mettere piede a terra che è già riconosciuto. Come se la gente lo aspettasse da sempre. Come se il cuore lo avesse preceduto.
Ed è lì che accade qualcosa di enorme, qualcosa che supera ogni logica: quanti lo toccavano venivano salvati. Non semplicemente guariti. Salvati. Perché quando Dio incontra davvero l’uomo, non si limita a sistemare ciò che non funziona: entra nel profondo, scende fino alle radici, ricompone ciò che era spezzato dentro.
Gesù non si sottrae. Non si protegge. Non prende le distanze. Si lascia raggiungere, toccare, quasi assediare. Il suo cuore vibra, si commuove, si lascia muovere dalla nostra fragilità. È questo il suo modo di amare: lasciarsi coinvolgere.
E mentre leggiamo questo Vangelo, ci accorgiamo che parla direttamente a noi. Perché non sempre ci troviamo tra quelli che corrono. Non sempre siamo tra quelli che allungano la mano. A volte restiamo fermi. Chiusi. Sulla difensiva. Convinti, magari, di non avere bisogno di essere salvati.
Ci sono guarigioni che Dio vorrebbe compiere, ma che noi stessi rimandiamo. Non perché Lui non possa. Ma perché noi non siamo pronti a lasciarci toccare proprio lì, in quel punto fragile che cerchiamo di nascondere perfino a noi stessi.
È strano, lo so. Preferiamo convivere con certe ferite piuttosto che rischiare di guarire davvero. Ci abituiamo al dolore, lo rendiamo familiare, quasi rassicurante. E così, senza dirlo apertamente, è come se sussurrassimo a Dio: lascia stare, non entrare qui. E invece è proprio lì che Lui vuole arrivare.
Perché Dio non forza mai una porta. Dio non invade. Dio attende. Si avvicina piano, con rispetto infinito, e aspetta che siamo noi a fare quel piccolo gesto decisivo: allungare la mano.
Il Vangelo di oggi ci ricorda che la salvezza passa dal contatto. Non da una bella idea. Non da una formula imparata a memoria. Ma da un incontro vero, concreto, incarnato.
E allora la domanda, alla fine, non è se Gesù può guarirti. La domanda è un’altra, più profonda, più vera, più scomoda: tu vuoi davvero lasciarti toccare da Lui? Tu vuoi davvero dargli la possibilità di cambiarti dentro, di guarirti?
Perché quando succede, quando finalmente smetti di difenderti, quando lasci cadere le maschere e permetti a Dio di arrivare dove fa più male… qualcosa cambia. E scopri che a volte la salvezza passa da un lembo di mantello e da un cuore che, finalmente, smette di resistere all’amore #Santanotte
Alessandro Ginotta

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