
La casa che trema, il cuore che resta
C’è una parte della tua casa che nessuno fotografa, che non mostri agli amici e che probabilmente anche tu preferisci dimenticare, perché non ha finestre panoramiche, mobili eleganti o luci capaci di rendere tutto più bello. È il seminterrato. È il luogo nascosto delle fondamenta, dove finiscono le paure che non racconti, le domande alle quali non sai rispondere e le crepe che hai coperto così bene da riuscire quasi a convincerti che non esistano. Gesù oggi ti prende per mano e ti porta proprio lì.
Il mio (in)solito commento a:
«La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia» (Matteo 7,21-29)
Non si ferma davanti alla facciata della tua vita, non si lascia impressionare dalle stanze che hai arredato con cura, dai sorrisi che mostri o dalle parole spirituali che sai pronunciare. Scende sotto il pavimento, accende una luce e ti domanda, con una tenerezza che disarma: «Su che cosa hai costruito tutto questo?».
È una domanda scomoda, perché potresti scoprire di avere appoggiato una parte della tua esistenza su qualcosa che sembrava solido e invece si sposta continuamente: l’approvazione degli altri, il bisogno di avere tutto sotto controllo o l’illusione che, comportandoti bene, la vita ti risparmierà il dolore. Sabbia finissima, quasi invisibile, sulla quale si può costruire una casa bellissima, purché nessuno chieda alle fondamenta di reggere una tempesta.
E forse la tua casa, vista da fuori, sembra perfetta. Hai imparato a dire che va tutto bene, a rassicurare chi ti sta vicino e persino a parlare di speranza mentre dentro senti un rumore sottile, come quello di una parete che comincia lentamente a cedere. Continui a sistemare i quadri, mentre il pavimento si inclina. Aggiusti l’apparenza, mentre il cuore ti chiede verità.
Ci sono vite che non crollano per mancanza di bellezza, ma per mancanza di profondità. Gesù non ti racconta questa parabola per spaventarti, ma per salvarti dalla tentazione di vivere soltanto in superficie. Ti ricorda che la fede non è una parola da appendere alla parete, né una formula da pronunciare quando hai paura, perché chiamarlo «Signore» serve a poco quando poi affidi le tue decisioni a tutto, tranne che a Lui.
È una frase durissima, quella del Vangelo: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli». Gesù sembra quasi strappare via il tappeto delle nostre sicurezze religiose, perché puoi avere il nome di Dio sulle labbra e continuare a costruire la tua vita lontano dal suo cuore. Puoi parlare di amore e difendere il rancore, invocare la verità e abitare nei compromessi, chiedere luce e tenere chiuse le finestre.
La fede non si misura da quanto pronunci il nome di Dio, ma da quanto gli permetti di cambiare il tuo.
«Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia» (Mt 7,24). Costruire sulla roccia significa lasciare che il Vangelo diventi carne nelle tue scelte, che entri nel modo in cui guardi chi ti ha ferito, nel coraggio con cui chiedi perdono e nella libertà con cui smetti di vivere per dimostrare qualcosa agli altri. La roccia non è un’idea astratta: è Cristo accolto nelle pieghe concrete dei tuoi giorni.
Poi arriva la tempesta, perché arriva sempre, anche se nessuno la invita.
Arriva con una telefonata che non avresti voluto ricevere, con una porta che si chiude o con il silenzio di chi prometteva di restare. Arriva e non domanda se sei pronto, non controlla quante preghiere hai recitato e non rispetta l’ordine con cui avevi sistemato la tua vita. Il vento entra nelle stanze, la pioggia batte sui vetri e il fiume sale fino a sfiorare ciò che credevi intoccabile. È allora che scopri una verità sorprendente: la tempesta non distrugge sempre la casa, qualche volta rivela semplicemente su che cosa era costruita.
Non è il vento a creare la fragilità, spesso si limita a portarla alla luce. Eppure, proprio mentre tutto trema, puoi scoprire che dentro di te esiste qualcosa che resiste. Non perché sei più forte degli altri, né perché la fede ti abbia reso insensibile, ma perché sotto le tue paure c’è una Presenza che non si muove. Puoi piangere e restare in piedi, sentirti smarrito e continuare a camminare, attraversare il buio senza diventare buio.
Costruire sulla roccia non significa evitare il crollo di ogni certezza, ma sapere che, quando tutto il resto viene portato via, Dio rimane.
Forse, però, oggi ti accorgi di avere costruito sulla sabbia. Forse qualcosa dentro di te sta già cedendo e temi che sia troppo tardi. Ma il Vangelo non è la voce di un architetto che condanna il tuo errore, è la mano di un Padre che entra tra le macerie e ti dice: «Possiamo ricominciare da qui». Dio non ti ama soltanto quando la tua casa è in ordine. Ti ama anche mentre raccogli i mattoni, quando non sai da dove ripartire e quando ti vergogni delle tue rovine. Anzi, qualche volta è proprio tra le macerie che incontri finalmente il suo volto, perché la grazia ama passare dalle crepe che avresti voluto nascondere.
Allora scendi nel seminterrato della tua vita e guarda con coraggio ciò che sostiene le tue giornate. Domandati quale voce orienta davvero le tue scelte e che cosa rimarrebbe di te se venissero meno il successo, il consenso o le certezze alle quali ti aggrappi. Non avere paura di scavare. Sotto la sabbia delle tue illusioni potrebbe esserci una roccia che ti aspetta da sempre.
E quando arriverà il vento, perché arriverà, forse sentirai la casa tremare e avrai paura, ma scoprirai che tremare non significa crollare. La fede non ferma la tempesta fuori di te: impedisce alla tempesta di diventare il tuo indirizzo.
Tu non sei la rovina che temi. Non sei le crepe che nascondi. Sei una casa ancora in costruzione, e Dio non ha ancora posato l’ultimo mattone #Santanotte
Alessandro Ginotta

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