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Il Vangelo passa da te

Il Vangelo passa da te

Gesù chiama a sé e manda. Ti consola fino a raggiungere le stanze più nascoste della tua stanchezza e poi, senza strapparti dalla tua fragilità, ti rende consolazione per qualcun altro. Ed io questo, credimi, l’ho vissuto e lo sto vivendo sulla mia pelle: Dio ti salva, ti rialza, ti rimette in piedi, e poi misteriosamente ti trasforma in un piccolo segno di salvezza per qualcuno che, forse, non sa più da che parte guardare.

Il mio in(solito) commento al Vangelo: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò» (Matteo 9,36-10,8)

È come se ogni vera intimità con Dio non potesse mai diventare rifugio chiuso, ma dovesse trasformarsi in movimento, in strada, in presenza, in una luce abbastanza umile da lasciarsi portare dove c’è buio. È questo il respiro del Vangelo, la grammatica segreta di Dio: non ti chiama per trattenerti, non ti imprigiona in una devozione comoda, ma ti rimette in cammino, perché la tua anima diventi pane, soglia, carezza, parola buona, spazio abitabile per chi non trova più casa da nessuna parte.

Prova allora a entrare in questa scena, non come spettatore, ma come uno dei Dodici, con la polvere sotto i piedi, il caldo sulla pelle, il silenzio teso di chi sente che qualcosa sta per accadere e non sa ancora se sarà pronto ad accoglierlo. Gesù ti guarda, e non guarda l’immagine migliore che vorresti offrire di te, non guarda la versione ordinata, forte, convincente, spiritualmente presentabile; guarda proprio te, con le tue contraddizioni, le tue stanchezze, le parole che non hai saputo dire, le cadute che ancora ti pesano addosso, quella fede che a volte arde come fuoco e a volte resta appena brace sotto la cenere dei giorni. Ti guarda mentre tu conti i tuoi limiti, e proprio lì, dove tu vedi un confine, Lui vede un inizio.

È questa la sorpresa che disarma: Gesù non manda gli invincibili, non sceglie creature perfette, ma chiama persone normali, impastate di luce e di paura, capaci di entusiasmo e di fuga, forti in certi giorni e fragilissime in altri. Gesù manda te e me per le strade del mondo, perché il Vangelo non è il premio di chi ce l’ha fatta, ma la chiamata di chi ha finalmente compreso che da solo non basta.

Gesù vede le folle e ne prova compassione. Le vede stanche, sfinite, smarrite, come pecore senza pastore, e forse, mentre leggi, ti accorgi che quelle folle non sono poi così lontane, perché quella folla sei anche tu quando sorridi e dentro crolli, quando tieni insieme tutto e nessuno si accorge di quanto ti costi, quando preghi senza trovare parole, quando vai avanti per dovere più che per slancio, quando ti senti disperso in mezzo a giornate troppo piene eppure stranamente vuote. Sei tu quando hai bisogno di essere raggiunto prima ancora di essere capito, quando desideri soltanto uno sguardo che non giudichi, una mano che non pretenda, una presenza che non se ne vada.

Gesù ti vede. Questa è già salvezza. Essere visti da Dio non significa essere smascherati, ma finalmente riconosciuti; non significa essere schiacciati sotto il peso di ciò che manca, ma essere chiamati per nome dentro ciò che ancora può fiorire. Il suo sguardo non umilia, non inchioda, non rinfaccia, ma rimette ordine nel caos, restituisce dignità a ciò che tu avevi gettato via, dice alla tua anima: tu non sei finito qui, tu non sei soltanto la tua fatica, tu non sei soltanto ciò che hai sbagliato, tu non sei la somma delle tue paure, perché dentro di te c’è ancora una parola di Dio che chiede di diventare vita.

Poi Gesù manda i Dodici ad annunciare che il Regno dei cieli è vicino. Non lontano, non riservato a pochi eletti, non custodito dietro soglie irraggiungibili, ma vicino, talmente vicino da poterlo sfiorare in un gesto di cura, in una visita, in un perdono che costa, in una parola detta al momento giusto, in una mano tesa quando nessuno sembrava più disposto a fermarsi. Vicino come una porta che si apre, vicino come qualcuno che resta, vicino come una piccola luce accesa nella notte di chi pensava di essere stato dimenticato.

Ecco perché chi segue Lui non può portare il Vangelo come un’arma, non può trasformare la fede in superiorità, la verità in durezza, la missione in conquista, perché chi è stato chiamato dal cuore mite e umile di Cristo può soltanto imparare a farsi prossimo, a portare il fuoco senza bruciare gli altri, ad accendere senza accecare, a dire la verità senza smettere di amare. La missione cristiana non consiste nel dimostrare di avere Dio, ma nel lasciare che Dio passi attraverso di te, anche quando tu ti senti inadeguato, povero, incompleto, attraversato da domande che non hanno ancora trovato risposta.

E magari Dio passerà proprio attraverso ciò che tu avresti scartato: attraverso la tua voce incerta, la tua storia imperfetta, attraverso quella fragilità che hai sempre considerato un ostacolo e che invece, nelle sue mani, può diventare una soglia. A volte il Vangelo comincia così, con qualcuno che non sa cosa dire ma resta, con qualcuno che non può risolvere tutto ma non scappa, con qualcuno che non porta soluzioni perfette ma offre una presenza vera, e quella presenza, proprio perché non pretende di salvare il mondo, diventa il luogo in cui il mondo si sente un po’ meno perduto.

Essere mandati, allora, non significa sempre partire per luoghi lontani, attraversare oceani o compiere gesti straordinari, perché spesso la missione comincia nel punto esatto in cui ti trovi: tornare nella tua casa con occhi nuovi, entrare nel tuo lavoro con un cuore diverso, guardare chi ti vive accanto senza darlo per scontato, accorgerti di una solitudine, fermarti davanti a una ferita, spezzare il pane della tua attenzione, lasciare che la tua giornata diventi un piccolo altare dove Dio continua a farsi vicino. Non servono scenari grandiosi per annunciare il Regno, perché a volte basta una fedeltà silenziosa, una gentilezza non dovuta, una parola che rimette in piedi, una presenza che dice: non sei solo.

Gesù chiama a sé e manda, ti consola e poi ti rende consolazione, ti raccoglie dalle tue dispersioni e poi ti affida a qualcuno che ha bisogno di non essere lasciato nel proprio smarrimento. Ed io questo, credimi, l’ho vissuto e lo sto vivendo sulla mia pelle: Dio ti salva e poi, senza clamore, ti rende segno di salvezza; ti prende quando sei ferito e ti insegna a non avere paura delle ferite degli altri; ti rimette al centro del suo amore e poi ti libera dal bisogno di stare sempre al centro della scena.

Questa è la rivoluzione del Vangelo: non vivere più soltanto per te stesso, non ruotare più attorno al tuo io, alle tue paure, alle tue ferite, ai tuoi piccoli confini, ma scoprire che il centro è Dio e che, quando Dio torna al centro, tutto il resto ritrova la sua orbita, il suo senso, la sua luce.

Dio ha sete della tua sete. Ha sete del tuo desiderio, della tua ricerca, della tua disponibilità fragile, di quel “sì” che forse non sai ancora pronunciare bene, ma che già si muove dentro di te come un’alba. E quando la sete di Dio incontra la tua sete, nasce qualcosa di immenso: nasce una strada dove prima vedevi soltanto muri, nasce una missione dove pensavi ci fosse solo fatica, nasce un fuoco proprio là dove temevi fosse rimasta soltanto cenere.

Non sei chiamato a custodire una fiammella per paura che si spenga, ma a portarla nel vento; non sei chiamato a restare vicino a Gesù per sentirti al sicuro, ma a lasciarti amare così profondamente da diventare, per qualcuno, il segno che Dio non si è dimenticato del mondo. Perché il Vangelo non è una pagina da leggere, ma una vita che comincia, e oggi quella vita, misteriosamente, umilmente, meravigliosamente, passa da te #Santanotte

Alessandro Ginotta

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