
Dove ti ho perso?
Per te che hai cercato Gesù e non lo hai trovato subito. Per te che hai pregato e hai sentito tornare indietro solo il rumore del silenzio. Per te che hai attraversato giorni in cui la fede sembrava una stanza vuota, una porta chiusa, una lampada spenta. Per te che hai sussurrato, magari senza avere più voce: “Signore, dove sei? Io ti sto cercando. Angosciato, ti sto cercando”. Il Vangelo oggi non ti rimprovera. Ti mette accanto Maria. E ti consegna una verità capace di togliere il fiato: anche la Madre di Dio ha conosciuto lo smarrimento.
Il mio in(solito) commento al Vangelo
«Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Luca 2,41-51)
«Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». No, non è una frase da santino. Non è una frase levigata, composta, addomesticata dalla devozione. È una frase da madre. Una frase viva. Una frase che trema. Una frase impastata di paura e amore, di passi affrettati, di lacrime trattenute, di notti che si allungano dentro il petto e non finiscono mai. Maria non parla come una regina seduta su un trono. Parla come una donna che ha perso suo figlio. E tu lo sai che cosa significa smarrire qualcuno, vero?
Non sempre fisicamente. A volte una persona la perdi mentre è ancora davanti a te. La perdi quando non la riconosci più. Quando cambia. Quando si chiude. Quando si allontana senza muovere un passo. Quando le parole non arrivano più dove prima arrivavano gli abbracci. Quando preghi per qualcuno e ti sembra di non riuscire nemmeno più a sfiorarlo. E qualche volta, lo sai, perdi Dio allo stesso modo.
Non perché Dio sia davvero sparito, ma perché non lo trovi più dove eri abituato a cercarlo. Non lo senti più nelle parole che prima ti consolavano. Non lo riconosci più nei gesti che un tempo ti bastavano. Non lo incontri più nelle preghiere che ripeti, ma che sembrano rimbalzare contro il soffitto.
Maria e Giuseppe camminano per un giorno intero convinti che Gesù sia nella carovana. Pensano che sia lì, da qualche parte, tra parenti e conoscenti. Danno per certa la sua presenza. Come facciamo noi, tante volte. Diamo per certa la fede, diamo per certa la pace, diamo per certa la forza, diamo per certa perfino la presenza di Dio. Poi arriva l’istante in cui ti fermi, ti guardi attorno e ti accorgi che non c’è. È lì che comincia l’angoscia.
Perché l’angoscia nasce proprio così: quando ciò che credevi accanto diventa assenza. Quando la presenza che ti sosteneva sembra dissolversi. Quando il cuore ti cade dentro e ti chiedi: “Dove sei finito? Dove ti ho perso? In quale curva della vita mi sei scivolato via? In quale distrazione, in quale dolore, in quale stanchezza ho smesso di trovarti?”.
Tre giorni lo cercano. Tre giorni. Come una piccola Pasqua anticipata. Tre giorni di vuoto prima del ritrovamento. Tre giorni in cui Maria attraversa già, senza saperlo, l’ombra del sepolcro. Perché una madre, quando non trova suo figlio, muore un poco. E ogni passo diventa una domanda. Ogni volto incontrato diventa una speranza. Ogni risposta mancata diventa una ferita.
Poi lo trovano nel Tempio. Gesù è lì: vivo. Sereno. Seduto in mezzo ai maestri. Non smarrito, ma immerso. Non perduto, ma presente altrove. E forse qui il Vangelo diventa quasi insopportabile, perché Gesù non corre ad abbracciarli chiedendo scusa. Non dice: “Avete ragione, vi ho fatto preoccupare”. Non prova a riempire subito l’angoscia di Maria con una spiegazione semplice. Dice invece: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Parole misteriose.
Parole che non accarezzano subito. Parole che aprono una distanza nuova. È il primo “strappo”. Il primo momento in cui Maria intuisce che quel Figlio non potrà trattenerlo. Che Gesù non appartiene neppure a lei. È suo, certo. Lo ha portato nel grembo, lo ha stretto al petto, lo ha nutrito, consolato, guardato dormire. Ma è anche del Padre. È suo, ma è venuto per tutti. È nato da lei, ma non resterà chiuso nel recinto dei suoi affetti.
L’amore vero non possiede. Custodisce, accompagna, lascia andare. Ed è qui che il cuore di Maria diventa immenso. Non perché capisce tutto. Ma perché non pretende di capire subito. Maria non comprende, eppure non si indurisce. Non comprende, eppure non si chiude. Non comprende, eppure non si allontana. Custodisce.
Che parola meravigliosa. Custodire non significa archiviare. Non significa mettere via. Custodire significa tenere vivo nel cuore anche ciò che ancora non sai spiegare, non buttare via il mistero solo perché ti ferisce. Significa non trasformare una domanda in una bestemmia, una ferita in un muro, un silenzio in una fuga. Custodire significa dare tempo a Dio di parlare dentro ciò che oggi ti sembra soltanto confusione.
E forse questa pagina è per te. Proprio per te che stai leggendo adesso. Per te che hai cercato Gesù e non lo hai trovato subito. Per te che hai pregato e hai sentito solo silenzio. Per te che hai attraversato giornate in cui la fede sembrava una stanza vuota. Per te che hai detto, magari senza voce: “Signore, dove sei? Io ti sto cercando. Angosciato, ti sto cercando”. Il Vangelo oggi non ti accusa di avere poca fede. Ti mette accanto Maria. E ti dice una cosa sorprendente: anche lei ha cercato. Anche lei non ha capito. Anche lei ha tremato. Anche lei ha sentito il morso dell’assenza. Non tutto le è stato chiaro. Non tutto le è stato risparmiato. Non tutto le è stato spiegato.
Maria non è grande perché non ha sofferto. È grande perché ha continuato ad amare dentro ciò che non capiva. Dio non si perde, ma qualche volta permette che tu lo cerchi in modo nuovo.
Forse perché lo avevi lasciato nella carovana delle abitudini. Nelle preghiere dette senza cuore. Nei gesti ripetuti senza stupore. Nei luoghi dove pensavi di sapere già tutto di Lui. Forse perché ti eri abituato a un Dio comodo, prevedibile, sempre raggiungibile negli stessi pensieri, nelle stesse parole, nelle stesse strade.
Dove ti ho perso? Nei labirinti delle mie paure, nei vicoli tra le mie angosce, nel buio delle mie sofferenze… E invece Gesù è lì, che mi attende nel tempio profondo della mia vita. Là dove le domande non sono nemiche della fede, ma porte socchiuse verso una luce più grande. Là dove la paura può diventare ascolto. Là dove l’assenza può scavare spazio. Là dove il silenzio, invece di essere un muro, può trasformarsi in grembo.
Maria torna a casa con Gesù. Ma non torna come prima. Perché ogni ricerca cambia chi cerca. Ogni angoscia attraversata con amore allarga il cuore. Ogni dolore consegnato a Dio lascia dentro una fessura da cui può entrare una luce nuova. E ogni persona ritrovata non è mai identica alla persona che pensavi di aver perduto.
Forse oggi anche tu sei chiamato a tornare indietro. Non per rimpiangere, ma per ritrovare. Tornare al punto in cui hai smesso di ascoltare, alla preghiera che avevi abbandonato, a quel dolore che non hai mai consegnato davvero. Tornare alla domanda che hai sepolto sotto mille occupazioni. Tornare al Tempio nascosto del tuo cuore, dove Gesù è rimasto ad aspettarti proprio mentre tu pensavi di averlo perso.
Non sei sbagliato perché sei angosciato. Non sei lontano perché stai cercando. Non sei senza fede perché fai domande. La fede, a volte, è proprio questo: continuare a cercare con il cuore in gola. Camminare anche quando non senti nulla. Tornare sui tuoi passi anche quando ti sembra inutile. Bussare ancora, non perché hai tutte le certezze, ma perché l’amore non si arrende alla prima assenza.
E quando finalmente lo ritroverai, forse scoprirai una cosa che ti commuoverà fino alle lacrime: non era scappato da te. Ti stava chiamando più in profondità. Perché Gesù è mite e umile di cuore. E questo significa che non invade, non schiaccia, non pretende di essere trovato con la forza. Non entra nella tua vita come un padrone che sfonda la porta, ma come una luce che attende una fessura. Non fugge dal tuo dolore: lo abita. Non spegne la tua domanda: la trasforma. Non si scandalizza della tua paura: la prende per mano.
La mitezza di Gesù non è debolezza. È la forza dell’amore che non ha bisogno di ferire per essere vero. La sua umiltà non è distanza. È Dio che si abbassa fino al punto esatto in cui tu sei caduto, per guardarti negli occhi da lì. E Maria cammina con te. Lei conosce la strada dell’angoscia, il panico dell’assenza, il respiro spezzato di chi cerca e non trova. Ma conosce anche il sollievo del ritrovamento, il mistero di un Dio che si lascia amare, ma non possedere.
Allora affidati a Lei. Quando non capisci, custodisci. Quando tremi, cerca. Quando ti sembra di aver perduto Dio, torna al cuore. Perché il cuore di Maria batte accanto al tuo. E il cuore di Gesù, mite e umile, ti sta già aspettando là dove non avresti mai pensato di trovarlo. Non eri perduto. Stavi solo imparando una strada più profonda #Santanotte
Alessandro Ginotta

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