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Il Vangelo che disturba, perché ama davvero

Il Vangelo che disturba, perché ama davvero

Oggi non voglio spiegarti il Vangelo. Oggi voglio sentirlo con te. Ti è mai capitato di chiudere il Vangelo perché faceva troppo rumore dentro? A me sì. Non perché non fosse chiaro. Ma perché era troppo chiaro. Così chiaro da risultare “scomodo” (almeno alla parte più umana di me).

Il mio in(solito) commento a: “Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto” (Marco 6,14-29)

Questo racconto non mi ha mai messo in difficoltà per la sua durezza, per la danza o per il sangue versato, ma perché parla di una storia che, in fondo, assomiglia terribilmente alla nostra. Parla di un uomo che sa riconoscere il bene, che lo ascolta, che ne resta affascinato, ma che non riesce a compiere il passo decisivo per lasciarsene cambiare.

Erode non è un personaggio lontano, né una figura da liquidare in fretta come “il cattivo di turno”.
È inquieto, fragile, diviso, capace di ascoltare Giovanni e allo stesso tempo incapace di seguirlo fino in fondo. Lo rispetta, lo teme, forse lo ammira persino, ma non trova il coraggio di rinunciare a ciò che lo tiene prigioniero: il potere, l’immagine, le relazioni sbagliate, la paura di perdere consenso. Ecco la fatica di restare fedeli a ciò che sappiamo essere giusto!

E qui, se siamo onesti, diventa difficile non riconoscerci un po’. Perché quante volte anche noi sappiamo qual è la strada giusta, la intuiamo con chiarezza, la sentiamo vibrare dentro, ma poi scegliamo altro, scegliamo la via più comoda, quella che costa meno, quella che non ci obbliga a cambiare davvero?!

Giovanni non grida, non impone, non costringe. Sta lì, semplicemente, e con la sua sola presenza rende evidente una verità che Erode non vuole affrontare. Ed è proprio questo a renderlo insopportabile: non il rimprovero, ma la luce.

Così Giovanni viene messo a tacere, eliminato, decapitato. Ma questo non risolve niente. Anzi… Sai qual è il vero dramma? Che Giovanni muore fuori… ma Erode lo continua a sentire dentro. La sua voce non si spegne, anzi, risuona ancora più forte nella coscienza di Erode, al punto che, sentendo parlare di Gesù, arriva a dire: «È Giovanni… è risorto».

È una frase che tradisce il fallimento di ogni tentativo di zittire il bene. E qui, lasciamelo dire, il Vangelo diventa pericoloso. Perché Giovanni non è solo un santo lontano. Giovanni sei tu, ogni volta che scegli il bene anche quando costa. Giovanni è quella voce che provi a zittire quando fai finta di non vedere. Giovanni è Dio che non si arrende alla nostra mediocrità e continua a bussare, anche quando fingiamo di non sentire.

Decapitare Giovanni non è solo un gesto violento. È una scelta interiore. È dire: “Non voglio più sentire”. È spegnere la luce perché illumina troppe cose che non vuoi sistemare.

E dimmi: quante volte abbiamo fatto lo stesso? Ogni volta che abbiamo ignorato un bisogno. Ogni volta che abbiamo scelto il silenzio invece della verità. Ogni volta che abbiamo preferito la pace apparente alla giustizia vera…

Forse il Vangelo è scomodo proprio perché ci ama sul serio e non si accontenta di lasciarci come siamo.
Forse Dio non viene a tranquillizzare le nostre coscienze, ma a renderle vive, sensibili, capaci di scegliere.

E allora, mentre la giornata finisce e il silenzio della sera si fa spazio, non ti chiedo di essere impeccabile, né di avere tutte le risposte. Ti chiedo solo questo: non tagliare la testa alla voce che ti abita dentro. Non uccidere ciò che ti rende umano. Non spegnere la luce solo perché ti costringe a cambiare strada.

Perché se Giovanni risorge anche dentro di te, non è una condanna: è il segno che Dio non ha ancora smesso di chiamarti per nome. #Santanotte

(È stata davvero troppo scomoda questa pagina? Scrivimelo nei commenti)

Alessandro Ginotta

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