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Il peccato più pericoloso è dimenticare il Cielo

Il peccato più pericoloso è dimenticare il Cielo

Sai qual è il dramma più grande? Non è essere peccatori, ma abituarsi a vivere senza più desiderare il Cielo. Uno dei peggiori peccati che possiamo commettere è dimenticarci che dentro di noi esiste un’anima assetata d’infinito e convincerci che la vita sia tutta qui, chiusa dentro ciò che possediamo, consumiamo, mostriamo. Vivere come se il Cielo non esistesse più, lasciandoci imprigionare da un mondo che nutre il corpo ma affama lo spirito

(in)solito commento a:
«Padre, glorifica il Figlio tuo» (Giovanni 17,1-11)

Hai mai preso in mano un binocolo e guardato dalla parte sbagliata? Tutto ciò che era vicino diventa lontanissimo. Tutto ciò che era grande appare piccolo, irraggiungibile, quasi inesistente. E forse facciamo così anche con l’anima, perché osserviamo Dio dal lato sbagliato delle nostre paure, delle delusioni, della stanchezza, dei giorni in cui il cuore si riempie di rumore e si svuota di cielo.

Così la fede ci sembra minuscola, la speranza fragile, la preghiera inutile. E Dio… tremendamente distante. Poi arriva Gesù.

E proprio mentre la notte sta per inghiottirlo, mentre Giuda si avvicina, mentre la croce comincia già a proiettare la sua ombra sul Cenacolo, Lui alza gli occhi al cielo e pronuncia parole che sembrano impossibili: «Padre, glorifica il Figlio tuo» (Gv 17,1). Ed io resto senza fiato ogni volta che ci penso. Perché nel momento in cui noi avremmo urlato, accusato, preteso spiegazioni, Lui prega. Ma non prega per evitare il dolore. Prega per te. Per me. Per ciascuno di noi.

Capisci quanto sei importante per Dio? Nel momento più atroce della sua vita, Gesù ha in mente il tuo nome. E questa cosa dovrebbe sconvolgerci il cuore.

Perché noi siamo abituati a pensare la gloria come potere, successo, applausi, grandezza. Dio invece prende la parola “gloria” e la riempie d’amore. La gloria di Cristo è inginocchiarsi davanti alla miseria dell’uomo senza voltarsi dall’altra parte. È amare anche quando costa sangue. È restare quando tutti scappano. È continuare ad abbracciare perfino chi lo tradisce.

Il nostro Dio non fugge dal dolore: ci entra dentro. Non elimina le ferite: le attraversa con noi. Non ci salva da lontano: si lascia ferire accanto a noi. Ed allora comprendi una cosa meravigliosa: la croce non è il fallimento di Dio. È il luogo dove Dio smette definitivamente di essere un’idea e diventa amore concreto. Un amore che sanguina, che resta, che non si arrende nemmeno davanti alla tua notte peggiore.

E forse il vero combattimento non è tra il bene e il male fuori di noi. È dentro il nostro cuore. È quella lotta continua tra ciò che ci trascina verso il basso e quella voce ostinata che continua a chiamarci verso l’alto. Da una parte il bisogno di apparire, di possedere, di controllare tutto. Dall’altra quella fame misteriosa di infinito che nessuna cosa terrena riesce davvero a saziare.

Perché puoi riempirti la vita di cose… e continuare a sentirti vuoto. Puoi sorridere davanti a tutti… e crollare appena rimani solo. Puoi avere il mondo in mano… e sentire il cuore morire di sete.

Gesù lo sa. Ed è per questo che prega il Padre: «Custodiscili». Come un padre che vede il figlio avvicinarsi al precipizio e lo richiama a sé. Come una madre che veglia nel silenzio mentre tutti dormono. Cristo prega perché sa quanto sia facile perdere la luce quando il mondo ti abitua all’oscurità.

E allora mi torna nel cuore Pier Giorgio Frassati con quel suo “verso l’alto”, che non è uno slogan romantico, ma una rivoluzione dell’anima. Perché vivere “verso l’alto” significa ricordarsi che non sei nato per strisciare tra le cose che passano, ma per respirare eternità. Significa smettere di misurarti con il peso delle cadute e ricominciare a guardarti con gli occhi di Dio.

Sai qual è il dramma più grande? Non è essere peccatori, ma abituarsi a vivere senza più desiderare il Cielo. Uno dei peggiori peccati che possiamo commettere è dimenticarci che dentro di noi esiste un’anima assetata d’infinito e convincerci che la vita sia tutta qui, chiusa dentro ciò che possediamo, consumiamo, mostriamo. Vivere come se il Cielo non esistesse più, lasciandoci imprigionare da un mondo che nutre il corpo ma affama lo spirito.

Per questo Gesù alza gli occhi al Padre. Per rialzare anche i nostri. Per strapparci dalla polvere delle nostre piccole prigionie. Per ricordarci che siamo infinitamente più grandi delle paure che ci abitano.

Ed allora forse la fede è proprio questo: imparare ogni giorno a guardare dalla parte giusta del binocolo. Scoprire che Dio non è lontano, ma incredibilmente vicino. Accorgersi che il Cielo non è sopra di noi, ma già dentro tutto ciò che amiamo davvero.

Perché soltanto chi guarda il Cielo riesce davvero a non perdere sé stesso. #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo in gloria”, di Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, 1685, olio su tela, ovale 66×49.8 cm, collezione privata

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