
Il male si ferma qui
Ci sono persone che abbiamo allontanato dalla nostra vita e che continuano ad abitare dentro di noi. Abbiamo cancellato il loro numero, evitato certe strade, smesso di pronunciarne il nome. Eppure basta una fotografia, una voce, una frase sentita per caso. In un istante tornano la rabbia, le domande, quel dialogo immaginario nel quale finalmente diciamo tutto ciò che allora non siamo riusciti a dire. È lì che Gesù ci raggiunge: «Amate i vostri nemici»
Il mio (in)solito commento a:
“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Luca 6,27-38)
Viene quasi da rispondergli: “Signore, tu non sai che cosa mi ha fatto”. E invece lo sa. Conosce il rumore di un tradimento, l’umiliazione di una calunnia, la solitudine di chi viene abbandonato proprio quando avrebbe bisogno di una mano. Gesù entra nel punto preciso in cui il dolore ha piantato le tende e ti sussurra: la tua ferita è vera, ma non sarà lei a decidere chi diventerai.
I nostri nemici raramente vivono lontano. Abitano dietro una porta che abbiamo smesso di varcare. Possono avere il volto del collega che ha sporcato il nostro nome, dell’amico che ha tradito una confidenza, o della persona amata che ha lasciato cadere la parte più fragile di noi.
Nel Vangelo amare è un verbo che coinvolge le mani, le parole, lo sguardo. È rinunciare alla frase che potrebbe umiliare. È smettere di raccontare l’offesa per ricevere ogni volta nuove ragioni per odiare. È scegliere che il volto di chi ti ha ferito non diventi il tuo specchio.
Il male cerca sempre qualcuno attraverso cui continuare il viaggio. Vorrebbe entrare nella tua voce, indurire i tuoi gesti, farti restituire ciò che hai ricevuto. Tu puoi essere l’ultima persona attraverso la quale quella ferita passa.
La misericordia, al contrario, sa pronunciare parole ferme. Sa dire basta, prendere le distanze, proteggere la dignità. Il perdono scioglie il nodo che portavi nel petto. Perdonare significa riprendere le chiavi della propria pace. Finché aspetti che l’altro paghi, spesso sei tu a continuare a pagare.
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». Quel “come” indica la sorgente alla quale bere. Dio conosce anche ciò che nascondi a tutti. Ha visto i tuoi giorni peggiori, le promesse infrante, le cadute che ancora ti fanno vergognare. E continua a chiamarti figlio. Ai suoi occhi sei sempre più grande del tuo errore. La misericordia nasce quando permetti a questo sguardo di raggiungerti. Poi impari lentamente a guardare gli altri senza rinchiuderli per sempre nel giorno in cui ti hanno fatto soffrire.
Quanto ne abbiamo bisogno oggi! Viviamo nel tempo delle sentenze pronunciate scorrendo uno schermo: una frase basta per cancellare una persona, una caduta diventa un’identità, una debolezza viene esposta davanti a tutti. La misericordia rallenta il dito. Abbassa la voce. Ricorda che dietro ogni volto esiste una storia che conosce soltanto Dio.
Forse oggi non riesci ancora a perdonare. Non colpevolizzarti. Comincia con una preghiera poverissima: «Signore, io non ce la faccio. Entra Tu in questo dolore». È già una fessura nel muro. È già il primo respiro della libertà. Chi ti ha ferito ha occupato una parte della tua storia. Non lasciargli scrivere anche il finale. Se è vero che la ferita è stata grande, la tua anima merita un futuro ancora più grande.
Perché è quando smetti di restituire ferite che il male perde il tuo indirizzo. E proprio lì, nel punto in cui avresti potuto vendicarti e hai scelto di restare umano, il tuo volto comincia ad assomigliare a quello del Padre #Santanotte
Alessandro Ginotta

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