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Dio vede gioia nel tuo domani

Dio vede gioia nel tuo domani

Dio conosce la distanza tra il tuo «tutto bene» e quello che senti davvero. Sa quanto costa quel sorriso con cui rassicuri tutti, mentre aspetti che qualcuno si accorga anche di te. Oggi, nel Vangelo, Gesù alza gli occhi. E vorrei che tu ti sentissi raggiunto proprio lì, nella parte della tua vita che fai fatica a raccontare.

Il mio (in)solito commento a:
“Beati i poveri. Guai a voi, ricchi” (Luca 6,20-26)

«Beati voi, poveri». Prova ad ascoltare queste parole seduto al tavolo della cucina, con una bolletta aperta davanti e la calcolatrice del telefono che restituisce sempre lo stesso risultato: manca qualcosa. Prova ad ascoltarle dopo aver detto a tuo figlio «vedremo», perché «non possiamo permettercelo» ti sembrava troppo doloroso da pronunciare.

Beati? Davvero, Signore? Hai visto come siamo messi?

Credo che dobbiamo avere il coraggio di portare questa domanda nella preghiera. Con tutta la stanchezza che contiene. La fame fa male. La precarietà toglie il sonno. Dover chiedere aiuto può costare più fatica che rinunciare a ciò di cui abbiamo bisogno. Gesù lo sa. Per questo, quando chiama beati i poveri, aggiunge: «Vostro è il regno di Dio». Quel vostro restituisce un’appartenenza a chi si è sentito dire troppe volte che per lui non c’era posto.

Tu, che devi giustificare ogni richiesta di aiuto, davanti a Dio non devi giustificare la tua esistenza. Hai diritto a esserci. A mangiare. A essere curato. A desiderare qualcosa di bello. La tua dignità rimane intera anche quando qualcuno ti tratta come un problema da sbrigare. E questa promessa raggiunge anche noi che leggiamo con il frigorifero pieno. Ci mette tra le mani una responsabilità: se Dio dona il suo Regno ai poveri, come possiamo chiudere loro la porta di casa? Il pane promesso a chi ha fame interroga il pane che lasciamo avanzare.

Poi Gesù si rivolge a chi piange: «Riderete».

Penso a certe sere in cui basta un dettaglio per cedere. Una tazza rimasta nella credenza. Una fotografia che il telefono ripropone senza sapere quanto farà male. Il lato vuoto del letto. Oppure una giornata in cui hai tenuto insieme lavoro, figli, preoccupazioni, e alla fine qualcuno ti domanda perché sei nervoso. Forse anche tu hai pianto facendo piano, per non svegliare nessuno.

Quel «riderete» arriva fin lì. È una promessa da custodire anche quando sembra impossibile. Puoi affidarle una lacrima senza doverti sforzare di sorridere. Dio sa aspettare la tua gioia senza rimproverarti il dolore. Eppure, mentre ci sentiamo abbracciati, ecco le parole che ci fanno sobbalzare: «Guai a voi, ricchi».

Prima di cercare qualcuno a cui applicarle, fermiamoci. Lasciamole entrare nelle nostre abitudini, nelle spese, nelle scelte. Chiediamoci quanto spazio occupa il nostro benessere e quanto ne rimane per la vita degli altri. A volte l’indifferenza ha una voce educata: «Mi dispiace, adesso proprio non posso». Lo diciamo una volta, poi un’altra. Finché smettiamo perfino di sentirci chiamati in causa.

Il cuore può chiudersi senza fare rumore. Succede quando la persona che chiede diventa un fastidio. Quando sappiamo il prezzo di tutto quello che desideriamo e ignoriamo la fatica di chi lavora accanto a noi. Quando rimandiamo una visita per settimane, persuasi che ci sarà tempo. Quel «guai» viene a svegliarci. Contiene l’urgenza di un amore che ci vede perdere qualcosa di essenziale: la capacità di lasciarci toccare.

Anche l’approvazione può renderci prigionieri. Gesù ci avverte del pericolo di essere lodati da tutti. Quanto ci riguarda, oggi. Quante parole ingoiate per piacere, quante fotografie controllate, quanta fatica per sembrare una persona a cui la vita riesce bene.

Puoi riposare. Puoi smettere, almeno davanti a Dio, di renderti presentabile. Guardando mia figlia Rita, penso a quanto sia naturale per un bambino cercare un abbraccio. Noi adulti arriviamo a vergognarci perfino di averne bisogno. Eppure lasciarsi aiutare può essere il primo gesto di fiducia dopo mesi trascorsi a difendersi.

Oggi proviamo a rendere concreta questa Parola. Paghiamo con discrezione una spesa. Sediamoci accanto a chi mangia sempre da solo. Richiamiamo quella persona che abbiamo liquidato in fretta. Chiediamole come sta, concedendole il tempo di rispondere davvero.

Se invece siamo noi ad aver bisogno, proviamo a dirlo. Anche con la voce che trema. Le Beatitudini ci coinvolgono così: con il pane, con le lacrime, con il coraggio di avvicinarci. Gesù le pronuncia e aspetta che qualcuno dia loro mani, tempo, casa.

Oggi qualcuno parlerà a Dio della propria solitudine. Sarebbe bello se, mentre prega, suonasse il tuo nome sul suo telefono.

E se quella persona fossi tu, se fossi tu ad aspettare una voce, custodisci quel «riderete» che Gesù ti consegna. C’è ancora gioia possibile nella tua storia. Un incontro capace di farti bene, un aiuto che puoi chiedere, un giorno in cui ti sorprenderai a fare progetti. Puoi lasciare un piccolo posto a questa speranza, anche oggi, anche con gli occhi bagnati.

Gesù dice «riderete» a persone che stanno piangendo. Nel loro domani vede già una gioia che oggi loro non riescono nemmeno a immaginare. Anche nel tuo #Santanotte

Alessandro Ginotta

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