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Il Dio che ti abbraccia anche quando dubiti

Il Dio che ti abbraccia anche quando dubiti

C’è qualcosa di sconvolgente nel Vangelo di oggi, qualcosa che rischiamo di perdere perché i nostri occhi corrono subito verso le ultime parole di Gesù — “Andate e fate discepoli tutti i popoli” — mentre il miracolo più grande forse si nasconde qualche riga prima, in un dettaglio fragile, umano, quasi disarmante…

Il mio in(solito) commento a:
«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Matteo 28,16-20)

Matteo racconta infatti che i discepoli, vedendolo risorto, “si prostrarono. Essi però dubitarono”. Hai capito che cosa significa davvero? Dubitarono… eppure Gesù affidò proprio a loro il mondo. Non aspettò che fossero perfetti, non pretese una fede senza incrinature, non domandò sicurezze assolute, perché Dio non ama secondo la logica degli uomini. Noi scegliamo chi appare forte, convincente, impeccabile. Dio invece sceglie cuori veri. Cuori feriti. Cuori che tremano e nonostante tutto continuano a restare lì, davanti a Lui.

Ed è questo che mi commuove ogni volta. Perché significa che anche tu puoi essere scelto. Anche con le tue paure. Anche con quella stanchezza che qualche volta ti pesa addosso come un macigno. Anche con le domande che non hai mai avuto il coraggio di confessare a nessuno. Gesù non chiama supereroi della fede. Chiama uomini e donne veri, perché è l’amore di Dio a rendere straordinario ciò che umanamente sembrerebbe insufficiente.

“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Ecco, fermati un momento su questa frase, perché non è la dichiarazione fredda di un sovrano distante, ma il respiro potente di un Dio che ti guarda negli occhi e ti dice: “Non avere paura, perché nulla mi sfugge. Nemmeno la tua vita. Nemmeno il tuo dolore. Nemmeno quella ferita che continui a nascondere dietro i sorrisi”. Che immagine meravigliosa, se ci pensi.

Il Dio dell’universo, Colui che tiene insieme galassie immense e stelle che nemmeno riusciamo a immaginare, si accorge delle tue lacrime. Conosce il tuo nome. Sa quante volte hai ricominciato. Sa quante volte hai pensato di non farcela più.

Eppure continua a dirti: “Andate”. Perché il cristianesimo non è una fede immobile, non è un rifugio tiepido dove sentirsi al sicuro dal mondo, ma è un fuoco che ti brucia dentro e ti spinge ad uscire, ad amare, a sporcarti le mani, a diventare luce proprio nei luoghi dove sembra vincere il buio. Gesù non ci chiede di essere spettatori del Vangelo. Ci chiede di diventarlo.

E poi arriva quel mistero immenso davanti al quale anche la ragione abbassa lo sguardo: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. La Santissima Trinità. Tre Persone. Un solo Dio.

Un mistero così grande che ogni parola sembra troppo piccola, e forse è giusto così, perché ci sono verità che non possono essere imprigionate dentro formule perfette ma possono soltanto essere amate, contemplate, respirate lentamente come si fa con il profumo del mare o con il cielo pieno di stelle nelle notti d’estate.

Anni fa provai a raccontare questo mistero attraverso il segno della Croce e ancora oggi quella immagine continua a toccarmi nel profondo, perché noi sfioriamo la Trinità ogni giorno senza rendercene conto. Ogni volta che porti lentamente la mano alla fronte e dici “Nel nome del Padre”, stai entrando nell’abbraccio di un Dio che ti ha pensato prima ancora che tu esistessi, un Padre che ti guarda con una tenerezza così infinita da non riuscire nemmeno ad immaginarla. E quando la mano scende sul petto pronunciando “del Figlio”, tocchi il mistero di un Dio che si è fatto carne, che ha avuto fame, sete, paura, che ha pianto lacrime vere e ha accettato di soffrire pur di non perderti. E infine la mano si apre sulle spalle, lentamente, quasi disegnando un abbraccio: “e dello Spirito Santo”. E lì, proprio lì, c’è qualcosa di meraviglioso, perché sembra quasi che il cielo stesso ti stringa a sé.

Sant’Agostino scriveva: “Abramo vide tre e adorò uno”. Tre uomini alle querce di Mamre. Tre presenze. Un solo Signore. È come se Dio lungo tutta la storia avesse lasciato piccole feritoie aperte sull’eternità, segni capaci di suggerirci che Lui non è solitudine ma comunione perfetta, amore eterno che continuamente si dona. Ed allora forse inizi a capire qualcosa di straordinario anche sulla tua vita.

Perché se Dio è relazione, se Dio è comunione, se Dio è amore che si dona senza trattenere nulla per sé, allora anche tu sei nato per questo. Non per chiuderti. Non per sopravvivere. Non per vivere rincorrendo cose che non riusciranno mai a riempirti davvero. Sei nato per amare. E soltanto nell’amore l’uomo diventa pienamente sé stesso.

Persino la scienza, qualche volta, sembra accompagnarci fino al bordo del Mistero. Pensa all’acqua: ghiaccio, liquido, vapore. Forme diverse eppure la stessa sostanza. Certo, ogni paragone resta infinitamente insufficiente davanti a Dio, perché Dio è molto più grande di qualsiasi esempio umano, ma qualche volta queste immagini ci aiutano ad intuire qualcosa, ad affacciarci oltre il limite, a capire che forse l’universo intero porta dentro di sé tracce del Creatore.

E allora oggi il Vangelo non ti sta soltanto spiegando chi è Dio. Ti sta dicendo chi sei tu: sei qualcuno che il Padre ha voluto. Qualcuno che il Figlio ha salvato. Qualcuno che lo Spirito Santo continua ad abitare.

E il finale di questo brano è forse una delle frasi più dolci mai pronunciate da Cristo: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Tutti i giorni. Quando credi e quando vacilli. Quando sorridi e quando ti manca il respiro. Quando ti senti pieno di luce e quando dentro hai soltanto macerie. Tutti i giorni.

Perché Dio non si stanca di restare. Non si arrende davanti alle tue cadute. Non smette di cercarti nemmeno quando sei tu il primo a perderti. Ed allora forse la fede non è avere tutte le risposte, ma lasciarsi abbracciare dal Mistero. E scoprire che dentro quell’abbraccio c’eri, atteso da sempre #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “La Santissima Trinità sulla terra”, di Gerónimo Antonio de Ezquerra, 1733, olio su tela, 53×41 cm, Museo Carmen Thyssen Málaga, Spagna

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