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Il Dio che si lascia mangiare

Il Dio che si lascia mangiare

Tu pensavi di cercare Dio. E invece è Dio che cerca te, fino a farsi cibo per non perderti. Questa è la meraviglia: Gesù non si accontenta di camminarti accanto. Vuole vivere in te. Vuole che il suo amore circoli nelle tue vene, che il suo sguardo cambi il tuo modo di guardare, che la sua compassione entri nelle tue mani, che il suo perdono diventi la tua lingua, che la sua luce attraversi anche le crepe della tua storia.

Il mio (in)solito commento a:
«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Giovanni 6,51-58)

Oggi il Vangelo non ti chiede soltanto di ascoltare una parola bella, profonda, luminosa. Ti chiede molto di più. Ti chiede di lasciarti raggiungere fin dentro la carne, là dove non puoi fingere, là dove cadono le maschere, là dove il cuore non può più raccontarsi scuse.

«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda», dice Gesù. E senti subito che qualcosa ti supera, ti scuote, ti costringe a fermarti. Perché Dio non vuole restare pensiero. Non vuole rimanere devozione elegante né un’emozione della domenica. No. Dio vuole diventare nutrimento. Vuole entrare nella tua fame. Vuole scendere nelle tue giornate consumate, nelle tue stanchezze, nelle tue ferite, nei tuoi desideri che nessuno vede.

Non ti ama da lontano. Ti ama da dentro. Prova a immaginare il cammino di Dio: dall’infinito al grembo di Maria, dal grembo di Maria alle strade polverose della Galilea, dalle strade della Galilea alla tavola dell’Ultima Cena, dalla tavola alla croce, dalla croce all’altare, dall’altare alle tue mani, alla tua bocca, al tuo cuore. È un viaggio immenso. Eppure ha una destinazione piccolissima: te.

Tu, proprio tu. Quel Dio che nessun cielo può contenere sceglie la fragilità di un pezzo di pane per raggiungerti. Quel Dio che ha acceso le stelle si nasconde nel bianco silenzio dell’Eucaristia. Quel Dio che ha creato l’universo con la sua Parola ora si lascia spezzare, distribuire, ricevere. Non impone la sua grandezza: la consegna. Non ti travolge con la potenza: ti nutre con la tenerezza. Non ti conquista dall’alto: si fa pane nelle tue mani.

E allora capisci che l’Eucaristia non è un rito da attraversare distrattamente, ma un incontro vivo: è Cristo che entra nella tua vita non come ospite di passaggio, ma come presenza che desidera abitarti. Quando ricevi il Pane, non stai prendendo “qualcosa” di santo. Stai accogliendo Qualcuno. E quel Qualcuno non viene per decorare la tua anima. Viene per trasformarla.

Perché il cibo, quello vero, non resta fuori da te: diventa parte di te. Passa nel sangue, sostiene il respiro, dà forza ai passi, accende il corpo. Così fa Cristo, se gli permetti di entrare davvero. Non rimane sulla superficie della tua fede. Scende. Lavora. Guarisce. Sposta pietre. Apre stanze chiuse. Riaccende ciò che dentro di te sembrava spento.

Tu pensavi di cercare Dio. E invece è Dio che cerca te, fino a farsi cibo per non perderti. Questa è la meraviglia: Gesù non si accontenta di camminarti accanto. Vuole vivere in te. Vuole che il suo amore circoli nelle tue vene, che il suo sguardo cambi il tuo modo di guardare, che la sua compassione entri nelle tue mani, che il suo perdono diventi la tua lingua, che la sua luce attraversi anche le crepe della tua storia.

Perché il pane ricevuto non finisce quando torni al banco, ma inizia proprio lì. Comincia quando esci dalla chiesa e rientri nel mondo. Comincia quando incontri una persona difficile e scegli di non ferire. Comincia quando potresti voltarti dall’altra parte e invece ti fermi. Comincia quando la vita ti chiede pazienza, mitezza, coraggio, verità.

L’Eucaristia non è una fuga dal quotidiano: è il modo in cui Cristo entra nel quotidiano e lo incendia di Vangelo. Non ricevi Gesù per restare uguale. Lo ricevi perché la tua vita diventi pane per qualcuno.

E forse è proprio questo il punto più scomodo e più bello: se Cristo si spezza per te, anche tu sei chiamato a spezzarti per amore. Non a distruggerti, ma a donarti. A diventare presenza buona. A essere una briciola di cielo nella fame di chi ti passa accanto.

C’è chi ha fame di ascolto. Chi ha sete di dignità. Chi aspetta una parola che non umili. Chi cerca una mano che non giudichi. Chi porta addosso ferite invisibili e sorride solo per non crollare. E tu, dopo aver ricevuto Cristo, puoi diventare risposta. Piccola, magari. Imperfetta, certamente. Ma vera.

Perché quando Dio entra davvero dentro di te, non resta fermo. Ti mette in cammino, ti rende più umano, ti insegna a non vivere soltanto per te stesso. Ti fa capire che la fede non è conservare una fiamma sotto una cupola di vetro, ma portarla dove il buio ha più paura.

E allora avvicinati a quel Pane con fame vera. Non con l’abitudine di chi sa già tutto, ma con lo stupore di chi si lascia amare ancora una volta!

Lascia che Cristo entri nelle tue ferite e le trasformi in feritoie di luce. Lascia che entri nella tua stanchezza e la riempia di senso. Lascia che entri nel tuo cuore e lo renda casa. Perché questo è il miracolo dell’Eucaristia: Dio si fa piccolo per renderti grande nell’amore. E da quel Pane, se lo accogli davvero, può nascere una vita nuova: la tua #Santanotte

Alessandro Ginotta

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