
Il campo brucia d’attesa
Le spighe sono lì. Pronte. Maturate al sole della vita, piegate dal vento delle ferite, attraversate dalla pioggia delle lacrime, illuminate da una speranza che forse non sanno nemmeno di portare dentro, aspettano mani coraggiose, piedi disposti a camminare, cuori capaci di scommettere sull’amore quando l’amore sembra diventato un lusso per ingenui. Non serve un curriculum impeccabile, non occorre sentirsi santi, preparati, invincibili; serve qualcuno che abbia ancora il coraggio di lasciarsi ferire dalla sofferenza degli altri, perché solo chi accetta di farsi toccare dal dolore può diventare davvero strumento di guarigione
Il mio in(solito) commento a:
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! (Matteo 9,32-38)
E tu? Sei disposto a metterti in gioco davvero, oppure preferisci restare sul bordo del campo, a guardare la vita che chiede aiuto mentre tu rimandi a domani il bene che potresti fare oggi?
Gesù attraversa città e villaggi, entra nelle ferite della gente, guarisce, insegna, consola, rimette in piedi chi era caduto, ridona voce a chi era stato zittito, e proprio mentre un uomo muto ricomincia a parlare, proprio mentre una vita torna a respirare, i farisei riescono a vedere il male perfino nel miracolo. È impressionante. Davanti a una persona liberata, davanti a una bocca che finalmente si apre, davanti a un dolore che si scioglie, loro non si commuovono, non ringraziano, non si lasciano attraversare dalla gioia: sospettano. Perché ci sono sguardi così abituati a giudicare che, quando Dio passa, cercano l’inganno invece della luce.
E allora la domanda diventa scomoda, quasi tagliente: quante volte anche noi guardiamo il bene con diffidenza, quante volte misuriamo chi aiuta invece di lasciarci provocare dal suo coraggio, quante volte preferiamo criticare chi si sporca le mani piuttosto che ammettere che le nostre sono rimaste pulite perché non hanno mai toccato davvero una ferita?
Gesù, invece, vede le folle e si commuove. Non le osserva dall’alto, non le incasella, non le riduce a numeri, categorie, problemi da gestire o emergenze da commentare; le guarda come si guarda qualcuno che ami, e in quello sguardo c’è tutta la tenerezza di Dio per l’umanità stanca, dispersa, affamata di senso, “come pecore che non hanno pastore”. È una frase che brucia sulla pelle, perché parla anche di noi, delle nostre giornate piene e dei nostri cuori vuoti, delle vite sempre connesse eppure incapaci di sentirsi davvero raggiunte, delle corse furiose che spesso nascondono una domanda semplice e tremenda: qualcuno si accorgerà di me?
Quante persone incontri ogni giorno che sembrano stare bene e invece stanno crollando in silenzio? Quanti sorrisi sono soltanto una porta chiusa a chiave? Quante solitudini ti passano accanto, magari in casa, in ufficio, per strada, e tu le sfiori appena, perché anche tu sei stanco, anche tu porti pesi invisibili, anche tu vorresti che qualcuno si fermasse e ti dicesse: ti vedo, la tua vita conta, non sei un problema da risolvere ma un mistero da custodire.
Gesù non si limita a compatire, non si ferma a un’emozione gentile, non pronuncia una frase bella da incorniciare; guarda il campo immenso della storia e dice: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!”. Poche parole, e dentro c’è un terremoto. La messe è il mondo che attende mani di misericordia. La messe sono le lacrime trattenute, le tavole vuote, i giovani senza direzione, gli anziani dimenticati, le famiglie che non trovano più il linguaggio per amarsi, i poveri che bussano e le coscienze che fingono di non sentire. La messe è la vita reale, quella che non entra nei filtri, quella che non fa spettacolo, quella che Dio ti mette davanti perché tu smetta di chiederti perché il mondo sia così ferito e cominci finalmente a domandarti quale ferita puoi fasciare tu.
Perché, sì, Dio ti sta chiamando adesso. Non con un megafono, non con una voce che squarcia le nuvole, ma con quell’inquietudine che senti quando vedi un’ingiustizia, con quella fitta nel petto quando capisci che potresti fare qualcosa, con quella nostalgia di infinito che ti prende quando hai tutto eppure ti manca ancora l’essenziale.
Dio ti sta chiedendo di prestargli le mani, le gambe, il volto, la pazienza, perfino la tua fragilità, perché una ferita consegnata all’amore diventa una porta, e da certe crepe passa più luce che da mille finestre perfette.
Hai mai notato quanto bene ti fa fare del bene? Ti avvicini pensando di salvare qualcuno e scopri che qualcuno sta salvando te; porti una parola e quella parola cura anche la tua sete; offri un gesto semplice e, senza accorgertene, il cuore ricomincia a battere più forte. Il bene è così: sembra piccolo, ma scardina il buio; sembra fragile, ma tiene in piedi il mondo.
Il punto, allora, è vertiginoso: in che mondo vuoi vivere? In un mondo di apparenze, velocità e comode indifferenze, oppure in un mondo in cui ci si guarda negli occhi, ci si ascolta davvero, ci si prende cura gli uni degli altri senza trasformare la compassione in una posa?
La messe è abbondante, e non è lontana. È davanti alla tua porta, nel prossimo messaggio a cui risponderai, nella persona che oggi potrai ascoltare senza fretta, nella mano che puoi stringere, nel perdono che puoi offrire, nella luce che puoi accendere proprio dove tutti vedono soltanto notte.
Le spighe aspettano. Il campo brucia di attesa. Dio ha già seminato il suo amore nella storia. Ora manca il tuo sì. Perché il mondo non ha bisogno di spettatori commossi, ma di operai innamorati.
E forse, proprio oggi, Dio sta passando davanti a te, ti guarda negli occhi e ti dice: “Entra nel campo. La messe è pronta. Il miracolo comincia dalle tue mani” #Santanotte
Alessandro Ginotta

Sostieni labuonaparola.it
La tua donazione mi aiuterà a continuare a creare contenuti di qualità:
Ogni contributo, grande o piccolo, fa la differenza. Grazie per il tuo sostegno!
Lasciati raggiungere da La buona Parola sulla tua e-mail
Iscriviti alla newsletter. Riceverai una email ogni volta che verrà pubblicato un nuovo commento. È gratis e ti potrai cancellare in ogni momento.


