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Hai rimandato tutto. Anche il Paradiso?

Hai rimandato tutto. Anche il Paradiso?

Hai trovato il tempo per tutto, oggi, tranne che per ciò che ti avrebbe fatto bene al cuore. Te ne accorgi quando finalmente ti fermi: hai risolto problemi, rispettato scadenze, risposto a chiunque, eppure ti è rimasta dentro una fame strana, come se alla tua giornata fossi mancato proprio tu. Avresti voluto abbracciare qualcuno senza guardare l’ora, parlare senza dover arrivare subito a una conclusione, sentirti cercato per qualcosa che non fosse un’altra richiesta. Invece hai rimandato. Ti capisco: qualche volta viviamo come se l’amore dovesse accontentarsi di quello che avanza. E oggi Gesù viene a cercarci proprio dentro questa contraddizione.

Il mio in(solito) commento a:
Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia (Luca 14,15-24)

Una cena è pronta, ma gli invitati hanno altro da fare. Uno deve vedere un campo, un altro provare i buoi, un altro si è appena sposato: ragioni concrete, comprensibili, così somiglianti alle nostre da mettermi a disagio. Mi aspettavo persone ingrate, invece incontro persone impegnate. E mi riconosco. Perché anch’io posso desiderare Dio e poi chiedergli di aspettare, mentre sistemo tutte quelle cose che, misteriosamente, non finiscono mai. A forza di preparare le condizioni per vivere, possiamo perdere gli appuntamenti con la vita.

Eppure il padrone sta offrendo una festa. Vorrei che ci fermassimo qui, tu e io, prima di trasformare anche questo Vangelo nell’ennesimo dovere: Dio desidera condividere la sua gioia con noi. Non ci convoca perché gli manca qualcuno che lavori; ci invita perché ci vuole vicini. Tu che ti senti prezioso quando servi, quando risolvi, quando riesci a non deludere nessuno, riesci a credere che Dio desideri la tua compagnia anche quando arrivi a mani vuote? Che possa amarti senza aspettare il prossimo risultato?

Forse la parte più difficile della fede comincia proprio qui: lasciarsi voler bene senza presentare il conto dei propri meriti.

Ma Gesù non nasconde la conseguenza del rifiuto: «Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena». È una frase che interrompe le mie giustificazioni. Sapere di essere invitato non equivale a partecipare, come dirsi cristiano non significa aver consegnato il cuore al Vangelo. Posso difendere Dio nelle discussioni e negargli ascolto quando mi raggiunge attraverso una persona scomoda; posso commuovermi davanti a una pagina e non permetterle di spostare neppure un impegno. La fede diventa viva quando ottiene il permesso di cambiarci la giornata.

Penso al talento sepolto, al dono tenuto al sicuro mentre fuori qualcuno avrebbe potuto beneficiarne. È una domanda che mi brucia anche mentre scrivo: che cosa ne faccio di ciò che ho ricevuto? Se so trovare parole che incoraggiano, perché con chi mi è vicino uso soltanto quelle che correggono? Se ho attraversato una sofferenza e ne conosco il peso, perché lascio che un altro la porti senza compagnia? Ti porto dentro queste domande con me, perché a volte la parte migliore di noi aspetta soltanto che smettiamo di rimandarle la vita.

Intanto il padrone manda il servo nelle piazze, lungo le strade, fino alle siepi. L’invito raggiunge chi non figurava tra i primi chiamati, chi forse si era abituato a guardare le feste degli altri da lontano. È questo movimento che mi commuove: Dio allarga la ricerca proprio mentre qualcuno restringe la propria disponibilità. Vuole la casa piena di persone che possano gustare ciò che ha preparato.

E se tra quelli rimasti lontani ci fossi tu? Se ti fossi convinto di aver sbagliato troppo per avvicinarti ancora?

Vorrei parlarti con tutta la tenerezza di cui sono capace: Dio non aspetta che tu smetta di vergognarti per cominciare ad amarti. Ti ama anche lì, nel ricordo che vorresti cancellare, nella responsabilità che fai fatica ad ammettere, nel timore che nessuno potrebbe guardarti ancora con affetto se sapesse tutto. Lui sa. E il suo amore ti raggiunge senza mentire sul male, senza dimenticare chi ne ha sofferto, senza rinunciare a chiamarti verso una vita diversa.

Proprio se hai sbagliato gravemente, hai bisogno di accogliere questo amore fino a sentirti abbastanza sostenuto da dire la verità, chiedere aiuto, riparare ciò che puoi e rispettare ciò che non dipende più da te. Il perdono degli altri può tardare o non arrivare, alcune conseguenze possono restare, ma puoi cominciare a cambiare anche dentro questa fatica. Dio vede il male che hai fatto e continua a chiamare il bene che puoi fare.

«C’è ancora posto», dice il servo. Lascia che queste parole raggiungano la parte di te che si è arresa. C’è ancora un invito al quale rispondere, un dono da dissotterrare, una possibilità da prendere sul serio. Oggi scegli una persona e offrile qualcosa di te che non sia un avanzo: un ascolto senza fretta, una parola sincera, un aiuto concreto. Oppure accetta che qualcuno faccia questo per te, senza sentirti obbligato a ripagarlo subito. Anche ricevere amore è un modo di rispondere a Dio.

Stasera, quando ripenserai alla tua giornata, forse ci saranno ancora cose incompiute, ma potrà esserci anche un incontro al quale hai finalmente partecipato con tutto te stesso. È così che il Vangelo passa dalla pagina alla vita: qualcuno si sente accolto, e attraverso quell’accoglienza scopre di non essere dimenticato.

Dio ti ama adesso, con quello che hai da offrire e con quello che ancora ti manca. La sua gioia comprende anche la tua presenza: lascia entrare questa certezza, falle spazio tra i pensieri, permettile di raggiungere ciò che in te si sente indegno. Hai passato tanto tempo a chiederti se fossi abbastanza. Questa sera ascolta l’invito: sei desiderato, sei cercato, sei amato. E puoi tornare alla vita con un amore da donare, perché il suo amore continua a raggiungerti. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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