• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Dove nasce l’infinito?

Dove nasce l’infinito?

Quello che stai per leggere potrebbe sembrarti insolito. Forse persino un po’ distante da ciò a cui sei abituato. Andrò un passo più in là, oltre i confini rassicuranti delle spiegazioni già pronte, e ti chiederò di fare lo stesso: di non fermarti subito a ciò che capisci, ma di restare, di lasciarti attraversare. Potrà sembrarti strano che ti parli di universo per arrivare a Dio.

Eppure l’Infinito si lascia comprendere solo attraverso l’infinito. E allora sì, partiremo dalle stelle. Non per allungare la strada, ma — se avrai il coraggio di seguirmi anche dove non ti aspetti — per scoprire che è proprio questa la via più breve. Perché, in fondo, non è forse vero che il Padre scelse una stella per condurre i pastori e i Re Magi fino a suo Figlio?

Il mio in(solito) commento a:
«Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno» (Giovanni 8,51-59)

Quando Gesù pronuncia quelle parole — «Prima che Abramo fosse, Io Sono» — non sta semplicemente rispondendo a una provocazione, ma sta squarciando il velo del tempo, sta facendo entrare l’eternità dentro il presente, sta dicendo a te che Dio non è una memoria lontana né un’ipotesi futura, ma una presenza viva, pulsante, attuale: Dio è. Adesso.

E se Dio è, allora tutto cambia. Cambia il modo in cui guardi la tua storia, cambia il modo in cui leggi le tue ferite, cambia persino il modo in cui immagini l’universo.

Perché vedi, noi abbiamo imparato a raccontare l’origine di tutto con una parola che suona quasi fredda: big bang. Un’esplosione. Un punto. Un istante zero. Lo spazio che si apre, il tempo che comincia, la materia che prende forma. Ma se ti fermi un attimo — non con la testa, ma con quella parte di te che sa ancora stupirsi — capisci che quella spiegazione, pur meravigliosa, resta incompleta, perché descrive il “come”, ma lascia sospeso il “perché”.

E allora prova a fare un passo oltre, insieme a me: Prima di quell’istante, prima ancora che esistesse il tempo, prima che esistesse un “prima”, c’era Dio. E Dio non era silenzio immobile, non era attesa vuota, non era un’energia impersonale dispersa nel nulla. Dio era amore. Dio è amore (cfr. 1Giovanni 4,8).

Un amore pieno, totale, infinito, così colmo da non avere confini, così vivo da non poter restare chiuso in sé stesso.

Immaginalo — e già questo è un tentativo fragile — come una realtà infinita che pulsa, come una sfera senza bordi che vibra di vita, come un cuore senza limiti che batte senza mai fermarsi. E quell’amore… cresce. Si intensifica. Si addensa. Si concentra in una pienezza così assoluta da diventare, a un certo punto, incontenibile. E lì accade qualcosa che è mistero: non è semplicemente un’esplosione. È un traboccamento. È l’amore che, per sua natura, non può restare chiuso, e allora “esce”, si espande, si dona, si diffonde… senza perdere nulla di sé.

Il big bang, allora, non è l’inizio di tutto. È il primo gesto visibile dell’amore di Dio. È come se l’infinito avesse deciso di raccontarsi. È come se l’eterno avesse scelto di farsi spazio. È come se Dio, amando, avesse aperto una ferita di luce dentro il nulla… e da quella ferita fosse nato l’universo.

Le galassie non sono solo aggregati di materia: sono eco di un’esplosione d’amore. Le stelle non sono solo reazioni nucleari: sono scintille di un fuoco originario. E tu… tu non sei solo il risultato di un processo evolutivo. Tu sei una conseguenza dell’amore.

Sei una scintilla uscita da quel fuoco.
Sei un frammento che porta dentro la memoria dell’infinito.
Sei carne che custodisce un’origine eterna.

E allora capisci perché Abramo esulta, anche senza vedere? Perché aveva percepito che la promessa non era solo una discendenza, non era solo una terra, non era solo una benedizione… ma era un giorno in cui quell’amore originario avrebbe preso volto, voce, carne. Quel giorno è Cristo.

Cristo è l’amore che ha dato origine all’universo e che, senza smettere di essere infinito, entra nella storia, si lascia toccare, si lascia ferire, si lascia amare. È Dio che, ancora una volta, trabocca. Non più creando le stelle, ma venendo a cercare te.

E qui tutto si stringe, tutto converge, tutto trova senso. Perché lo stesso amore che ha acceso il cosmo, ora arde dentro di te. Lo stesso amore che ha dato origine al tempo, ora bussa al tuo presente. Lo stesso amore che ha generato la vita, ora ti chiede di vivere davvero.

Non sei un incidente. Non sei un errore. Non sei un passaggio casuale nell’immensità. Sei il luogo in cui l’infinito continua ad accadere.

Ogni volta che ami, l’universo si espande ancora. Ogni volta che perdoni, la creazione si rinnova. Ogni volta che scegli la luce, il big bang si ripete — silenzioso, invisibile, reale — dentro di te.

E allora forse Dante non stava solo scrivendo poesia, ma stava toccando la verità più profonda che esista: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Non è un’immagine. È la struttura stessa della realtà.

E adesso fermati un attimo. Chiudi gli occhi, se vuoi. Ascolta. Senti questo fuoco dentro di te? Senti questa nostalgia che non ti lascia in pace? Senti questa chiamata sottile che ti spinge sempre oltre ciò che sei? Non è un caso. È memoria. È origine. È Dio.

E non se n’è mai andato. Sta solo aspettando che tu te ne accorga, che tu gli faccia spazio, che tu smetta di trattenere ciò che, per sua natura, è fatto per espandersi. Perché tu non sei fatto per contenere la vita. Sei fatto per traboccare. E quando succederà — perché succederà — capirai finalmente che non stavi cercando Dio. Era Dio che, fin dal principio, stava cercando te

Se ritieni questa pagina troppo difficile, prova questa ricetta: lasciati semplicemente attraversare dall’amore. E Lui farà il resto #Santanotte

Alessandro Ginotta

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