• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Dio ti ama da tirarti fuori

Dio ti ama da tirarti fuori

Ieri mi hai fatto un dono prezioso: nel momento difficile che sto attraversando, hai pregato per me, portando un pezzetto della mia vita dentro la tua, davanti a Dio. La tua preghiera, insieme a quelle di tanti altri, mi ha raggiunto: le ho sentite tutte, una per una, e hanno funzionato. Grazie, con tutto il cuore! Sia lode a Dio. Mi hai ricordato quanto sia bello appartenere a una comunità dove ci si prende cura gli uni degli altri e anche chi cerca ogni giorno parole per incoraggiare può confidare: «Oggi ho bisogno di te».

Con le tue preghiere, Dio mi ha tirato fuori dal pozzo. Ed era un pozzo insidioso e profondo. Adesso vorrei restituirti un po’ di questo amore, accompagnandoti dove Gesù ci aspetta con una domanda che può cambiare il nostro modo di guardarci.

Il mio in(solito) commento a:
«Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?» (Luca 14,1-6)

C’è una parola che mi prende per il cuore: subito. Immagina di riconoscere la voce di tuo figlio dal fondo di un pozzo: ti affacceresti, cercheresti come raggiungerlo, chiameresti aiuto. Non cominceresti dalle raccomandazioni che non ha ascoltato, perché adesso vuoi soltanto che senta la tua voce e sappia che sei lì. L’amore vede qualcuno da salvare prima di cercare qualcosa da rimproverare.

Gesù pronuncia questa domanda durante un pranzo, nella casa di un capo dei farisei. Lo osservano, mentre davanti a Lui c’è un uomo malato. È sabato: alla domanda se sia lecito guarire nessuno risponde, ma Gesù prende quell’uomo per mano, lo guarisce e lo congeda. Prima del pozzo evocato con le parole, c’è una mano tesa davvero. E questo mi interroga, perché anch’io posso rimanere a lungo a ragionare sulla cosa giusta da fare, mentre qualcuno aspetta una vicinanza possibile, imperfetta, ma vera.

Forse succede anche a te: una persona comincia a raccontarsi e guardi l’ora, un figlio risponde male e senti soltanto la provocazione, qualcuno ti assicura «tutto bene» con una voce che sembra chiedere: «Per favore, domandamelo ancora». Io mi riconosco in queste distrazioni, e il gesto di Gesù mi invita a fermarmi. Non posso capire tutto, ma posso concedere a chi ho davanti il tempo di farsi conoscere. A volte l’amore comincia quando qualcuno smette di sembrarci un’interruzione.

E tu, quando hai bisogno, permetti agli altri di raggiungerti? Forse rassicuri tutti, continui a fare quello che devi e intanto speri che qualcuno si accorga di quanto ti costa. Ti capisco, se chiedere aiuto ti sembra una resa; eppure ieri, affidandomi anche alla tua preghiera, ho ricevuto un bene che da solo non avrei potuto darmi. C’è una forza che conosciamo soltanto quando ci lasciamo voler bene.

Forse, però, dentro di te un pensiero resiste: «Se sapessero tutto, non sarebbe così. Io ho fatto del male». Allora lasciami restare qui con te, perché non voglio accompagnarti verso la speranza lasciando indietro proprio la parte di te che fatica a crederci. L’uomo guarito nel Vangelo è malato e il testo non gli attribuisce una colpa, ma l’immagine del soccorso mi porta a riflettere anche sulla misericordia. Ti chiedo: se tuo figlio fosse caduto disobbedendo, smetteresti di cercare come tirarlo fuori?

Dio non aspetta che tu diventi migliore per cominciare ad amarti: ti ama perché tu possa trovare la forza di diventarlo. Anche se l’errore è grave, anche se ne conoscevi le conseguenze, il suo amore ti raggiunge dove la vergogna vorrebbe renderti irraggiungibile. Ti permette di guardare ciò che hai fatto senza convincerti che tutta la tua vita sia da buttare, e proprio questa fiducia può aprire il primo spazio al cambiamento.

Non ti direi mai che il male non conta: va riconosciuto e il danno riparato per quanto possibile, rispettando la libertà e il dolore di chi è stato ferito. Ma vorrei aiutarti a vedere da dove puoi ricominciare: una verità detta senza giustificarti, un aiuto chiesto per interrompere un comportamento, un perdono domandato senza pretenderlo. Puoi portare tutto nella preghiera e nella confessione, lasciandoti accompagnare. Non sarà risolto in un giorno, ma pensa che cosa cambia quando, davanti alla stessa occasione, scegli di ascoltare invece di ferire, di ammettere invece di nascondere. Il passato non può più essere cambiato; il prossimo gesto sì.

E se porti un dolore che non hai scelto, se preghi da tempo e aspetti ancora, vorrei che il mio ringraziamento ti tenesse compagnia senza farti sentire escluso. La grazia che riconosco nella mia vita non misura la tua fede, e quel «subito» del Vangelo non ci consegna un calendario dei miracoli: rivela l’urgenza dell’amore e mi ricorda quanto sia importante starti vicino anche mentre una risposta tarda. Dio ti ama dentro questa attesa, anche quando non riesci a sentirlo.

Per questo desidero pregare anche per te, perché l’amore cresca nel tuo cuore e nel mio, e ci insegni a distinguere il bene dal bisogno di avere ragione, a riconoscere ciò che è buono anche quando ci sorprende, a scoprire la bellezza di Dio nelle persone che incontriamo. Stasera porta un nome nella preghiera, poi dagli spazio nella tua giornata: ascolta quella persona, offrile un aiuto concreto, oppure trova tu il coraggio di dirle: «Puoi pregare per me?». Così diventi una pagina vivente di Vangelo, nella quale qualcuno può finalmente leggere: «La tua vita mi sta a cuore».

E lascia che adesso sia io a dirlo a te: la tua vita mi sta a cuore. Vorrei che, arrivando a queste ultime righe, tu potessi sentirti accolto anche in ciò che non hai trovato il coraggio di raccontare. Dio ti conosce fino in fondo e ti ama, mentre raccogli la forza di cambiare, mentre ricominci, mentre ancora non sai come fare. Nessun errore ti rende impossibile da amare per Lui. Non sei una causa persa: sei una persona amata, e nella tua vita può ancora nascere un bene che oggi non riesci a immaginare. Comincia da un piccolo gesto, lascia entrare chi ti tende la mano. Dal fondo del pozzo fino al primo passo nuovo, non hai mai smesso di essere suo figlio. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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