
Anche dove fa più male, Dio accende ancora la speranza
C’è qualcosa che desideri ancora, anche se hai smesso di parlarne. Ti sei detto che bisognava essere ragionevoli, che certe cose vanno accettate, e quando qualcuno ti domanda rispondi che ormai va bene così. Ma tu sai dove torna il pensiero appena rimani solo. A quello che avresti voluto salvare. A ciò che vorresti ricominciare. A quella parte di te che gli altri credono rassegnata e che invece, piano, insiste: «E se fosse ancora possibile?».
Poi arriva un’altra voce: «Dopo tutto quello che è successo? Dopo quello che hai fatto?». Eccolo, il punto dove fa male. Perché qualche volta vorremmo ancora sperare, ma ci sembra di non averne più il diritto.
Oggi vorrei fermarmi qui con te. Ho ricevuto pessime notizie e faccio fatica anch’io a scrivere la parola speranza. Ma forse possiamo avvicinarci insieme al Vangelo proprio così: con questo desiderio che non vuole morire e la paura di affidarlo ancora a qualcuno.
Il mio in(solito) commento a:
Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme (Luca 13,31-35)
Alcuni farisei avvertono Gesù: Erode vuole ucciderlo, deve andarsene. Lui conosce il pericolo, eppure continua a guarire, a liberare, a camminare verso Gerusalemme. Mi colpisce questo amore che, sotto minaccia, trova ancora tempo per il dolore degli altri. Gesù sa che vogliono togliergli la vita e continua a donarla. Poi guarda Gerusalemme. La città che uccide i profeti, che respinge chi le viene incontro. Quanto sembrerebbe ragionevole rinunciare a lei! E invece, proprio davanti a quella città, Gesù confida il desiderio di raccoglierne i figli come una chioccia raccoglie i pulcini sotto le ali.
Prova a fermarti dentro questa immagine. Lascia che ti raggiunga prima di cercare una spiegazione. C’è un Dio che conosce il rifiuto e desidera ancora la vicinanza. Sa che cosa faranno di Lui, eppure vorrebbe custodirli.
Dove noi vediamo una causa persa, Gesù vede ancora qualcuno da amare.
Adesso posso chiedertelo, con delicatezza? Quando pensi a te, che cosa vedi? La persona che sei, con tutta la sua storia, oppure soltanto il momento in cui hai sbagliato di più? Forse hai fatto qualcosa che vorresti cancellare, hai ferito chi si fidava, hai lasciato accadere ciò che avresti dovuto fermare. E dentro ti ripeti: «Se sapessero tutto, non mi vorrebbero più bene». Non conosco quel tutto. Dio sì. E ti ama. Vorrei che potessi sostare qui, senza correre subito all’obiezione successiva. Dio conosce anche ciò che tu fai fatica a guardare, e il suo amore ti raggiunge fin lì. Non aspetta che tu riesca a meritartelo. Non si ritrae disgustato davanti alla tua vergogna. Proprio dove ti senti meno amabile, hai più bisogno di scoprire quanto tenacemente sei amato. «Allora quello che ho fatto non conta?».
Conta. Conta il dolore che hai provocato, conta la persona che ne porta le conseguenze. L’amore di Dio ci dà il coraggio di guardare tutto questo senza fuggire e senza distruggerci. Possiamo riconoscere il male perché sappiamo di avere ancora un bene da compiere. Possiamo dire: «Ho sbagliato», senza dover aggiungere: «Sono perduto».
Sei amato abbastanza da poter guardare in faccia la verità. E da cominciare a cambiare.
Gerusalemme, però, non vuole lasciarsi raccogliere. È la ferita che questo Vangelo ci consegna: Dio apre le ali, ma non forza nessuno a entrarvi. E anch’io posso restare fuori, aggrappato all’orgoglio, oppure alla convinzione di essere ormai indegno. Posso chiamare prudenza la paura di affidarmi, posso perfino continuare a punirmi perché ricevere misericordia mi sembra troppo bello.
Ma ascolta che cosa si muove dentro di te quando smetti, per un istante, di difenderti. Forse c’è una richiesta di perdono che vorresti pronunciare. Una verità da riconoscere. Un aiuto da chiedere per non ripetere lo stesso male. È da lì che puoi cominciare. Senza pretendere che l’altro ti perdoni subito, senza chiedergli di dimenticare, rispettando anche la distanza di cui ha bisogno. Riparare, quando è possibile, è già un modo di amare. E se invece sei tu ad aver ricevuto la ferita, non devi attribuirtene la colpa né esporti di nuovo al male per dimostrare la tua fede. Anche la tua vita è preziosa. Anche per te si aprono quelle ali.
Oggi, mentre scrivo, sento quanto abbiamo bisogno di questo Dio. Di sapere che la sua volontà ci vuole restituiti alla vita, che possiamo cercarlo perfino quando non comprendiamo ciò che permette. Gesù cammina verso Gerusalemme fedele all’amore del Padre; gli uomini gli preparano la croce, e Lui porta l’amore anche lì. Accanto a Lui morirà un uomo che la tradizione chiama Disma. Non potrà rifare la propria storia, ma potrà ancora affidarla. E Gesù gli prometterà il paradiso, la vicinanza a sé. Pensa: quell’uomo si rivolge a Cristo quando gli rimane soltanto l’ultimo tratto della vita, e scopre che c’è ancora un’eternità da ricevere.
Come possiamo dichiarare perduta una persona che Dio continua a cercare?
Verrà poi la pietra, verrà il sepolcro. Gesù morirà davvero e chi lo ama conoscerà il silenzio atroce di un mondo che sembra continuare senza di Lui. Ma proprio là, dove nessuno saprebbe più che cosa aspettare, irromperà la Risurrezione. La pietra verrà rimossa. Il Crocifisso sarà vivo. Per questo oso ancora parlarti di speranza. Non so quale forma prenderà il domani, ma so a Chi possiamo affidarlo. E quel desiderio da cui siamo partiti, quello che custodisci quasi vergognandotene, puoi consegnarlo a Dio: perché lo accolga, lo purifichi, ti aiuti a riconoscere il bene ancora possibile, anche se avrà una forma diversa da quella che aspettavi.
Oggi scegli un piccolo gesto che gli permetta di diventare vita. Una scusa sincera, un aiuto accettato, una parola che smetta di ferire. Il Vangelo comincerà a prendere voce nella tua voce, a farsi gesto nelle tue mani.
Io pregherò per te. Tu, se vuoi, prega per me: oggi ne ho bisogno anch’io. Ci aiuteremo a ricordare quello che il dolore qualche volta ci fa dimenticare.
Dio ti ama. Ti ama sapendo tutto. Non c’è una parte della tua storia davanti alla quale debba ancora decidere se amarti. Puoi aprirgli proprio quella che nascondi, puoi lasciarti raggiungere proprio dove ti credevi perduto. Da lì può cominciare il tuo ritorno alla vita.
Le sue braccia sono aperte. Il sepolcro è aperto. E per te, che temevi di non avere più diritto alla speranza, è ancora aperto il cuore di Dio. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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