
Dio comincia da chi si è perduto vicino a noi
C’è una frase di Gesù che ci mette a disagio, una di quelle che vorremmo spiegare in fretta, addolcire, sistemare in qualche angolo tranquillo della nostra fede: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele». Davvero Gesù sta mettendo un confine all’amore? Davvero il Figlio di Dio, venuto per tutti, sembra dire ai suoi: fermatevi qui?
Il mio (in)solito commento a:
Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,1-7)
Questa pagina punge, e proprio per questo va ascoltata. Perché il Vangelo non è fatto per confermare le nostre idee su Dio, ma per spezzarle quando diventano troppo piccole.
Gesù chiama i Dodici, dona loro potere sul male e sulla malattia, poi li manda verso le pecore perdute della casa d’Israele. Non verso i lontani, non subito verso il mondo, ma verso chi è vicino eppure smarrito, verso chi abita la stessa casa e ha perso la strada, verso chi conosce il nome di Dio ma non riesce più a sentirne il respiro.
Forse qui non c’è un’esclusione, ma una pedagogia. Gesù non sta dicendo che gli altri valgono meno, sta insegnando ai discepoli a non trasformare la missione in fuga. Prima di amare il mondo devono imparare ad amare il volto che hanno davanti. Prima di annunciare il Regno ai confini della terra devono riconoscere la ferita sotto il proprio tetto. Prima di parlare a tutti devono imparare ad ascoltare qualcuno.
E questa parola oggi brucia anche per me e per te. Quante volte sogniamo imprese immense, parole capaci di cambiare la storia, gesti luminosi da raccontare, mentre facciamo fatica ad accorgerci della pecora perduta seduta accanto a noi? Quante volte ci commuoviamo per il dolore lontano e restiamo freddi davanti alla solitudine vicina? Quante volte invochiamo l’umanità, e inciampiamo nella persona concreta?
Il mondo non si ama in astratto. Si ama cominciando da un nome, da uno sguardo, da una porta socchiusa. L’amore vero ha sempre un indirizzo.
E poi diciamolo: le prime pecore perdute siamo noi. Siamo noi quando continuiamo a camminare, ma dentro abbiamo smesso di sperare; siamo noi quando preghiamo con le labbra, ma lasciamo il cuore altrove; siamo noi quando ci crediamo forti, e invece abbiamo soltanto imparato a nascondere bene la stanchezza.
Gesù manda i suoi verso i perduti perché nessuno si perda davvero. E perduto non è chi sta fuori dai nostri recinti, ma chi non riesce più a trovare la strada della vita. Perduto è chi sorride per non crollare, chi serve senza più gioia, chi crede di non avere bisogno di essere salvato. La distanza più pericolosa da Dio non è quella geografica: è quella del cuore.
Verrà il tempo degli estremi confini della terra, verrà la Pentecoste con il suo vento indomabile, verrà il giorno in cui ogni popolo potrà ascoltare l’annuncio della salvezza; ma prima c’è questa scuola ruvida e necessaria, questa palestra della prossimità, dove Dio ci insegna che l’amore universale comincia sempre da una fedeltà concreta.
Forse oggi Gesù sussurra anche a te: comincia da lì. Dal volto che ti provoca. Dal nome che ti pesa. Dal dolore che ti riguarda. Non cercare lontano una missione più nobile per evitare quella che ti è stata consegnata.
Perché il Vangelo non è una mappa con i confini, ma un fuoco acceso nel petto. E quando quel fuoco divampa, nessuna casa lo trattiene, nessun popolo lo ferma, nessuna notte lo spegne.
Comincia dalla pecora perduta che hai davanti, e scoprirai che Dio ti sta preparando ad amare il mondo. L’amore di Cristo nasce vicino, ma respira infinito. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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