• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Digiunare d’amore o digiunare per amore?

Digiunare d’amore o digiunare per amore?

Sai, il digiuno è molto più antico di Gesù. È un gesto che attraversa i secoli, come una cicatrice sacra impressa nella storia dell’uomo che cerca Dio. Eppure, leggendo questo Vangelo, ho l’impressione che Cristo sposti l’asse, che cambi la prospettiva, che ci inviti ad andare oltre il gesto per entrare nel cuore.

Il mio in(solito) commento a: “Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno” (Matteo 9,14-15).

Vieni. Proviamo a immaginare la scena. I discepoli di Giovanni sono lì, con le loro domande sincere, forse anche un po’ pungenti. Perché noi sì e loro no? Perché noi digiuniamo e i tuoi discepoli no? È una domanda che conosciamo bene. È la nostra domanda. Perché certe regole sembrano valere per alcuni e non per altri? Perché Dio a volte sembra chiedere sacrificio e altre volte festa?

E Gesù risponde con un’immagine che profuma di casa, di gioia, di vino buono: le nozze: finché lo sposo è con loro, non possono digiunare. Capisci cosa sta dicendo? Se l’Amore è presente, non si digiuna. Se Dio è qui, non si fa lutto. Se il cuore è abitato, non si vive come orfani.

Eppure, quante volte nella nostra vita lo Sposo sembra “tolto”. Non perché Lui se ne sia andato davvero – “Io sono con voi tutti i giorni” (Matteo 28,20) – ma perché noi non lo sentiamo più. Ci sono giorni in cui la preghiera è arida. In cui la fede non scalda. In cui la gioia si spegne come una candela dimenticata al vento. E allora sì, allora digiuni. Ma non dal cibo soltanto. Digiuni dalle illusioni. Digiuni dall’orgoglio. Digiuni dall’ego che pretende di occupare il posto dello Sposo.

Il Pastore di Erma lo dice con una lucidità che attraversa i secoli: non serve un digiuno sterile, fatto per abitudine o per apparire. Dio non ha bisogno delle nostre rinunce teatrali. Ha bisogno del nostro cuore. Un cuore che smette di fare il male. Un cuore che si purifica dai desideri cattivi. Un cuore che impara a servire.

E allora mi chiedo insieme a te: digiuniamo o no? La risposta non è un aut aut. Non è bianco o nero. È relazione. Se vivo come se Cristo fosse lontano, il digiuno diventa nostalgia. Se vivo sapendo che Lui è con me, il digiuno diventa allenamento d’amore.

Perché il vero digiuno non è sottrarre pane al corpo. È sottrarre spazio all’ego. È dire “no” a ciò che mi disumanizza. È fare silenzio perché la Sua voce torni udibile.

Gesù nei Vangeli mangia con i peccatori, siede a tavola con i pubblicani, condivide il pane con chi è escluso. Non è un asceta triste. È lo Sposo che festeggia. Il Vangelo è gioia. È abbondanza. È vita che trabocca.

Ma quando lo Sposo sembra tolto… allora sì. Allora il digiuno diventa grido. Diventa attesa. Diventa spazio vuoto che implora di essere riempito.

E forse il punto è proprio questo: il digiuno crea spazio. E lo spazio, se non lo riempi di Dio, lo riempi di qualcos’altro.

San Giovanni Paolo II parlava di un digiuno che è rinuncia all’“io”, ai capricci, alle aspirazioni malsane, ai desideri che ci rendono schiavi. Un digiuno che è dominio di sé. Che è libertà. Che è carità concreta verso il fratello. E qui il discorso cambia tono. Perché il digiuno non è più solo disciplina personale. Diventa amore. Diventa condivisione. Diventa pane che manca a me per diventare pane che arriva a te.

Visto che rivoluzione? Non è questione di mangiare o non mangiare. È questione di chi occupa il trono del mio cuore. Se lo Sposo è con me, vivo nella festa. Se lo perdo di vista, imparo a cercarlo. E nel cercarlo mi purifico.

Forse il digiuno più autentico è questo: smettere di nutrire ciò che mi allontana dall’Amore, per nutrire ciò che mi avvicina a Lui. Perché quando lo Sposo torna percepibile, quando il Suo volto riemerge nella nostra storia, quando sentiamo di non essere soli… allora non digiuniamo più per obbligo.

Allora viviamo.
Allora amiamo.
Allora festeggiamo.

E il cuore, finalmente, sa di essere a casa #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Il Salvatore Eucaristico”, di Juan de Juanes (Vicente Juan Masip), 1545, olio su tavola, 73×40 cm, Museo Nazionale del Prado

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