• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Custodire la luce, cambiare il mondo

Custodire la luce, cambiare il mondo

C’è un momento, leggendo Giovanni, in cui ti accorgi che non stai semplicemente seguendo un testo. È il testo che segue te. Ti viene incontro, ti guarda negli occhi, ti prende per mano. Non ti chiede subito di capire, ma di lasciarti toccare. Perché il Prologo non spiega Dio: lo fa accadere. E mentre parla di Lui, lentamente, parla anche di te.

Il mio (in)solito commento a:
«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Giovanni 1,1-18)

Leggendo questo brano di Vangelo, non posso fare a meno di vedere qualcosa di ancora più grande. Qui c’è la Creazione che ritorna. Giovanni non apre il suo racconto a caso con le stesse parole della Genesi: “In principio”. È come se dicesse che ciò che sta per raccontare non è solo l’inizio della storia di Gesù, ma l’origine di tutto, il momento in cui l’amore di Dio esplode in luce. Una luce primordiale, creatrice, traboccante. Ed è qui che trovo una conferma profonda di ciò che sento vero: noi siamo scintille di Dio. Proveniamo da quella esplosione originaria di amore e di luce scaturita dal cuore di Dio nel momento della Creazione. Non siamo errori, né comparse casuali nell’universo. Siamo frammenti di luce che portano impressa un’origine divina.

Per questo la luce del Prologo non è solo davanti a noi, ma dentro di noi. È la stessa luce che ha separato il caos dall’ordine, il nulla dalla vita, il buio dalla speranza. Ed è straordinario pensare che quella luce continui a circolare nelle vene dell’umanità, come un richiamo silenzioso a ciò che siamo davvero. Ogni volta che scegliamo l’amore, ogni volta che custodiamo la vita, ogni volta che accendiamo speranza nel buio di qualcuno, quella scintilla originaria torna a brillare. È la Creazione che continua. È Dio che non ha mai smesso di dire: “Sia la luce”.

All’inizio c’è una Parola. Non una parola qualunque, non un suono che si disperde nell’aria. È una Parola viva, pensante, amante. Una Parola che non nasce nel tempo, ma che il tempo lo precede, lo attraversa, lo sostiene. Prima delle tue domande, prima delle tue cadute, prima persino dei tuoi desideri, Dio già parlava di te. E parlava bene.

Poi accade l’impensabile. Quella Parola non resta lontana, non si protegge, non si tiene al riparo. Si fa carne. Si fa fragile. Si fa raggiungibile. Decide di abitare in mezzo a noi, non sopra di noi. Entra nelle nostre strade, respira la nostra aria, condivide le nostre notti insonni. Non osserva il dolore da lontano: lo attraversa. Non elimina il buio con un colpo di scena, ma vi accende dentro una luce. E quella luce continua a splendere, anche quando tutto sembra dire il contrario. Anche quando il cuore è stanco. Anche quando la fede vacilla. Le tenebre provano a resistere, a confondere, a spaventare. Ma non riescono a vincerla.

La luce di Dio non serve a fare scena. Serve a far vedere. E vedere, a volte, fa male. Perché illumina ciò che preferiremmo non guardare: le ferite, le incoerenze, le paure che ci portiamo dentro. Eppure è una luce che non giudica, che non umilia, che non schiaccia. È una luce che cura. Che dice: “Puoi restare. Anche così. Anche adesso”. È la luce di un Dio che non si stanca di ricominciare con noi.

Ma c’è un passaggio decisivo, ed è qui che il Vangelo smette di essere solo racconto e diventa chiamata. A chi lo accoglie, Dio dona il potere di diventare figlio della luce. Non per bravura. Non per meriti speciali. Per relazione. Per fiducia. Per amore ricevuto. Ed è qui che la domanda si fa personale, inevitabile: che cosa fai tu di questa luce? La custodisci? La soffochi? La lasci brillare solo quando ti conviene?

Perché questa luce non deve mai lasciarti, lungo tutta la tua vita. Va coltivata, protetta, alimentata giorno dopo giorno, come si fa con ciò che conta davvero. Va difesa quando il vento è forte, va ravvivata quando sembra affievolirsi. Più la curi, più diventa splendente. E più splende, più illumina. Non solo te, ma chiunque incroci il tuo cammino.

Dentro ciascuno di noi arde una fiammella. Non è vistosa. Non fa rumore. A volte sembra quasi sul punto di spegnersi. Ma è tenace. È la luce dell’anima, quella che Dio ha acceso e che nessuno, se non tu, può davvero soffocare. Se non la copri con il cinismo, con la superficialità, con l’egoismo, quella luce trova sempre una fessura per uscire. E quando esce, illumina. Non solo il tuo cammino, ma anche quello di chi ti cammina accanto.

Essere luce non significa essere perfetti. Significa essere veri. Significa restare, anche quando sarebbe più facile andarsene. Significa vivere la normalità con un’intensità diversa, mostrando che esiste un altro modo di stare al mondo. Un modo più umano. Più libero. Più pieno. In un mondo che sembra riempirsi di tenebre, tu — proprio tu che stai leggendo queste righe — puoi fare la differenza. Con la tua vita, con le tue scelte, con la luce che lasci passare.

Il Verbo si è fatto carne. Ora chiede di farsi vita.
E no, le tenebre non vinceranno. Non hanno mai vinto davvero.
Se custodisci la luce, anche quando tremola, nessuna ombra potrà più spaventarti #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “L’adorazione dei pastori”, di Matthias Stomer, 1650, olio su tela, Palazzo Madama, Torino

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