
Anna e la sete che salva
Anna ci insegna che attendere non è perdere tempo. È custodire uno spazio. È tenere il cuore allenato al riconoscimento. È restare poveri abbastanza da accorgersi che Dio passa… anche quando passa in silenzio. Perché è proprio questa la minaccia che pesa sulle nostre vite…
Il mio (in)solito commento a:
“Anna parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione” (Lc 2,36-40)
Eccola, Anna.
Non entra in scena con clamore, non alza la voce, non reclama spazio. È già lì. Da sempre. Come certe attese che non fanno rumore, ma scavano dentro.
Provo a guardarla da vicino, e mentre lo faccio mi accorgo che sto guardando anche me. Perché Anna non è solo una donna anziana nel tempio. Anna è quella parte di me che non ha smesso di aspettare. È la mia sete segreta. È la tua sete di infinito. È il tuo desiderio ostinato di Dio, quando tutto intorno invita a smettere di cercare.
Anna ha attraversato il tempo come si attraversa un deserto: passo dopo passo, senza scorciatoie. Anni lunghi, silenziosi, fedeli. Non si è allontanata dal tempio, dice il Vangelo. Come a dire: non si è allontanata dalla domanda. Non ha anestetizzato il cuore. Non ha chiuso la ferita dell’attesa.
E poi accade.
Un Bambino.
Nulla di spettacolare. Nessun segno abbagliante. Solo un neonato tra le braccia dei genitori. Eppure Anna lo riconosce. Perché chi ha sete vera riconosce l’acqua anche in una goccia. Anna non trattiene Gesù per sé. Parla. Racconta. Condivide. La sua gioia diventa annuncio. Come se l’incontro autentico con Dio avesse sempre bisogno di uscire allo scoperto, di cercare altri cuori assetati.
E allora mi chiedo, senza sconti: io, oggi, ho ancora sete? Tu provi ancora il desiderio di cercare qualcosa al di là dell’orizzonte della nostra vita quotidiana? Tu senti ancora l’anelito a scrutare il cielo per cercare l’infinito? O ti sei abituato a vivere di surrogati, di promesse piccole, di felicità a tempo determinato?
Perché il rischio più grande non è soffrire. È smettere di desiderare. È diventare sazi di cose che non nutrono, pieni di rumore, vuoti di infinito.
La sete d’infinito non è un’idea astratta. Non è una frase poetica buona per chi ama le parole grandi.
È qualcosa che ti abita, anche quando fai finta di non sentirla. È quella inquietudine sottile che si affaccia nei momenti di silenzio, quando smetti di correre e il cuore, finalmente, prende la parola. È la sensazione che qualcosa manchi, anche quando “va tutto bene”. È il sospetto — a volte scomodo — che tu non sia fatto per accontentarti.
La sete d’infinito nasce così: dal fatto che il finito non ti basta.
Puoi riempire le giornate, saturare le agende, accumulare esperienze, affetti, risultati. Puoi persino sorridere, riuscire, apparire appagato. Ma poi arriva la notte. E lì, nel buio che non mente, senti che nessuna cosa creata riesce davvero a colmare quel vuoto profondo. Perché quel vuoto non è un difetto. È uno spazio sacro. È la forma che Dio ha lasciato in te per potervi entrare.
Anna lo sapeva.
La sua vita non è stata una fuga dalla sete, ma una custodia fedele. Non ha cercato di zittirla, non l’ha coperta con il rumore, non l’ha anestetizzata con surrogati spirituali o consolazioni facili. Ha lasciato che quella sete la conducesse ogni giorno nel tempio. Come si torna a una sorgente, anche quando sembra asciutta.
La sete d’infinito è ciò che ti fa pregare quando non trovi le parole.
È ciò che ti fa aprire la Scrittura sperando, magari senza dirlo, che una frase ti guardi dentro.
È ciò che ti fa inginocchiare, anche solo interiormente, davanti al mistero.
Anna ci insegna che attendere non è perdere tempo. È custodire uno spazio. È tenere il cuore allenato al riconoscimento. È restare poveri abbastanza da accorgersi che Dio passa… anche quando passa in silenzio. Perché è proprio questa la minaccia che pesa sulle nostre vite: dimenticare il trascendente, perdere di vista ciò che è immateriale, spirituale, per concentrarci solo e soltanto sulle piccolezze di una materialità spinta all’inverosimile e incapace di farci vedere ciò che veramente conta. Pubblicità, social, consumi e abitudini ci hanno rubato a poco a poco la capacità di accorgerci di Dio. Del bene che ci circonda. Dei valori che ci sostengono.
Ma se senti ancora quella sete — anche confusa, anche stanca — allora sei nel posto giusto. Perché è proprio lì che Dio ama farsi trovare. È proprio lì che un Bambino continua a entrare nel tempio della tua vita. E quando lo riconosci, non tenerlo stretto. Parlane. Raccontalo. Vivilo. Perché la redenzione comincia sempre da chi ha avuto il coraggio di aspettare #Santanotte
Alessandro Ginotta

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