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Solo quando sono diventato padre ho capito davvero questa parabola

Solo quando sono diventato padre ho capito davvero questa parabola

Ti devo fare una confessione. Il commento che stai per leggere non nasce oggi. La prima volta che lo scrissi erano passate da poco poche ore da uno dei momenti più incredibili della mia vita. Era notte. Una notte silenziosa, quasi sospesa. Mi trovavo in ospedale, seduto su una seggiola accanto al letto di mia moglie. E davanti a me, nella culletta, dormiva la nostra piccola Rita. Era appena venuta al mondo.

Il mio decisamente in(solito) commento a:
“Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita” (Luca 15,1-3.11-32)

Sono passati tre anni da quella notte. Rita oggi corre, ride, riempie la casa di domande, di stupore, di vita. Eppure c’è una cosa che non è cambiata: ogni tanto mi fermo a guardarla e mi sorprendo ancora. Come allora. Con lo stesso senso di meraviglia. Con la stessa gratitudine che mi sale dal cuore come una preghiera.

Perché la vita è davvero un miracolo. E quando ne diventi testimone da così vicino, qualcosa dentro di te cambia per sempre. È stato proprio quel momento a farmi comprendere davvero questa parabola del Vangelo. Sì, perché per tanti anni anch’io l’ho chiamata come tutti: la parabola del figliol prodigo. La conoscevo. L’avevo letta decine di volte. L’avevo commentata, spiegata, meditata.

Ma capirla davvero… quello è accaduto solo dopo. Dopo che sono diventato papà.

Perché questa pagina del Vangelo non parla soltanto di un figlio che sbaglia e ritorna. No. Il centro della scena non è lui. Il cuore della storia è un altro. Il Padre.

Quella notte, guardando Rita che dormiva, mi sono trovato a pensare a Dio. Non per un ragionamento teologico, ma per una sensazione che nasceva da dentro, quasi impossibile da spiegare.

Il suo viso minuscolo. Un braccino che si muoveva appena. Un vagito leggerissimo. Perfino una parvenza di sorriso nel sonno.

E in quel momento mi sono chiesto una cosa che non avevo mai osato chiedermi fino in fondo: che cosa prova Dio quando guarda noi?

Si dice spesso che Dio è amore (1 Giovanni 4,8). Lo sappiamo. Lo ripetiamo. Lo scriviamo nei libri. Ma quella notte ho capito che sapere una cosa non significa necessariamente comprenderla. Perché prima di diventare padre non avevo mai immaginato la forza dell’amore che un genitore può provare per suo figlio o sua figlia. È un amore che non si spiega. Non si misura. Non si contratta. È un amore che trabocca. E allora ho provato a fare un passo oltre.

Se io, che sono soltanto un uomo fragile e imperfetto, sento dentro di me un amore così immenso per questa bambina… quanto amore potrà mai abitare il cuore di Dio?

Quanto amore potrà contenere il cuore del Padre che ci ha creati? Quanto ne scorre verso di noi, ogni giorno, anche quando non ce ne accorgiamo. Quanto ne scende su di noi come una carezza invisibile. Quanto continua ad amarci perfino quando sbagliamo. Ed ecco che, all’improvviso, la parabola cambia luce. Prova a immaginare quel padre.

Ogni sera guarda la strada. Ogni mattina spera. Ogni giorno aspetta. Non sa se suo figlio tornerà. Non sa dove sia. Non sa se sia vivo. Ma continua ad aspettare. Finché in lontananza compare una figura. È sporca. È stanca. È piegata dagli errori. Ma il padre non vede questo. Vede suo figlio. E allora succede qualcosa di meraviglioso. Non lo lascia avvicinare lentamente. Non aspetta che chieda perdono. Non pretende spiegazioni. Corre.

Corre. Gli si getta al collo. Lo stringe forte. Non lo giudica. Non lo umilia. Non lo rimprovera. Lo riabbraccia. Perché un figlio resta figlio. Sempre. Anche quando sbaglia. Anche quando si perde. Anche quando distrugge tutto. Un figlio è sempre figlio.

E forse è proprio questo il cuore del Vangelo: Dio non smette mai di aspettarci. Mai. Possiamo allontanarci. Possiamo sbagliare. Possiamo perfino credere di aver rotto per sempre il legame con Lui.

Ma per Dio non è così. Per Lui restiamo figli. Sempre. E allora capisci che questa parabola non racconta soltanto il ritorno di un figlio. Racconta l’amore ostinato di un Padre che non si rassegna mai a perderci.

Un Padre che continua ad aspettare.
Un Padre che continua a sperare.
Un Padre che continua ad amare.

E forse, se vogliamo davvero accogliere questo Vangelo fino in fondo, dobbiamo fare attenzione a non diventare come l’altro fratello. Quello che resta fuori. Quello che non capisce. Quello che non riesce a perdonare. Perché quando dimentichiamo di amare, dimentichiamo anche di essere figli.

Se Dio ci ama così — con questo amore sconfinato, viscerale, ostinato — anche noi siamo chiamati ad amare allo stesso modo chi ci cammina accanto.

Comprendere.
Accogliere.
Perdonare.

Perché chi ama così comincia a capire davvero il cuore di Dio.

E scopre che ogni volta che qualcuno torna all’amore… ogni volta che qualcuno rinasce… ogni volta che qualcuno viene riabbracciato in cielo ricomincia la festa. Perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita. E quando l’amore vince, la vita ricomincia sempre #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il padre buono

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