Meditazioni e preghiere
Uno sguardo di profezia che vede lontano

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Vi piacerebbe vedere più in là? Guardare oltre l’ostacolo che avete davanti?
Il mio in(solito) commento a:

I miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,22-40)

Vede lontano, Simeone. Il suo sguardo si perde nel tempo e nello spazio. “Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore” (v. 26). E, quel giorno, aveva visto giusto: le sue braccia avrebbero custodito il Salvatore. Così si recò al tempio per attenderlo. Possiamo solo immaginare quale sensazione abbia provato stringendo al petto il corpicino in cui si è incarnato il Salvatore. Avrà sentito il battito del suo cuore?

Ma non perdiamoci in chiacchiere e torniamo al racconto: vedeva lontano, abbiamo detto. Simeone vide la luce. La luce incarnata. Tant’è vero che, con il Bambinello tra le braccia, esclamò:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele»
(vv. 29-32).

Ma il suo sguardo si spinse ancora oltre e così, rivolto alla Madre, disse:

«Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (vv. 34-35).

Guardando lontano aveva visto tutto il Vangelo. Oltre alla luce, aveva visto anche l’ombra ammantata di dolore, che sconvolgerà il futuro di Maria e del mondo intero.

Luce e ombra, gioia e spada. Nulla è semplice come sembra. Per capire bene bisogna saper guardare lontano. Lontano dove arriva lo sguardo di Simeone, con la capacità di vedere anche oltre gli ostacoli. E allora proviamo anche noi a guardare in quella direzione: cos’è la spada?

La prima spiegazione che ci viene in mente è la Morte di Gesù. Il dolore che trafiggerà il cuore di Maria. Certo. E’ così. La punta di quella spada inizierà a premere sul petto della Vergine da quel momento: quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Una spada che le trafiggerà il cuore nel momento in cui Lei fisserà, dai piedi della croce, il Volto di suo Figlio. Una ferita che continuerà a sanguinare per tre giorni, finché il corpo di Gesù rimarrà avvolto nelle tenebre del Sepolcro. Poi, un’altra luce, quella della Risurrezione, spazzerà via ogni oscurità.

Amici cari, se è da una tomba, che sorge la luce, allora è davvero cambiato il mondo. Perché è questo che fa Gesù: entra nelle nostre vite e le trasforma. Sì, Dio sa scrivere bene anche sulle righe storte. Egli porta la luce anche dove il buio sembra impenetrabile. Solo Cristo può trasformare Saulo, il peggiore dei persecutori, in Paolo, il migliore degli apostoli. Solo Cristo può far diventare Disma, il ladrone, nel primo santo dell’era cristiana. Solo Gesù può convertire Zaccheo, abile truffatore, in un generoso benefattore attento ai bisogni dei più poveri.

Ma abbiamo detto che lo sguardo di Simeone arriva lontano. E così, guardando oltre il buio della croce, scopriremo che la spada non è solo dolore. Scrive San Paolo: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4,12-13). Anche la Parola è come una spada. Anche la Parola penetra nel più profondo del nostro cuore, proprio come una spada. E lo cambia. Per sempre.

E così, l’occhio acuto di Simeone, ci insegna una cosa che non è proprio così banale da capire: la spada del dolore, che trafigge il cuore, provoca un male transitorio. Ci ferisce soltanto finché dura il buio. Ma ricordiamo sempre, amici cari, che non v’è ora più buia di quella che precede immediatamente l’alba. Così, ogni dolore, non può che finire nella luce. Nessuna tribolazione durerà per sempre. Le tenebre non prevarranno (cfr. Matteo 16,13-20). E’ la promessa di Gesù, che ci insegna che perfino la morte, la peggiore delle oscurità, non l’avrà vinta. Perché l’ultima parola, sul vocabolario di Gesù, è vita.

Ecco una bella frase, che potrebbe rappresentare il finale di questo commento. Ma, amici cari, un po’ ci abbiamo preso gusto nel guardare con gli occhi di Simeone, non è vero? E allora, perché non dare un altro sguardo ancora?

Aguzziamo la vista, torniamo sui nostri passi e vediamo se, per caso, non abbiamo trascurato qualcosa:

Eccolo lì, distratti dai bagliori di luce sulla lama della spada, non ci siamo accorti di un altro particolare interessante. Maria e Giuseppe hanno seguito la tradizione che prescriveva che, ogni primogenito, venisse presentato ai sacerdoti del tempio. Ma che cosa abbiamo letto, in questo brano di Vangelo? Non sarà un sacerdote a benedire il Figlio di Dio, ma due anziani, due persone comuni: Simeone e Anna. Non ci viene neppure raccontato se Gesù verrà davvero ricevuto da un funzionario del tempio. Non ci interessa. Quello che importa è che Gesù verrà accolto da persone normali. Perché Gesù è di tutti, non è del tempio. Gesù è l’incarnazione di un Dio innamorato dell’uomo. Dio è nostro, Dio è di chi lo cerca con la sete nel cuore, come Simeone. Dio è di chi esulta quando lo stringe tra le braccia. Dio è di chi è capace di vedere oltre e di gioire davanti ad un neonato. Dio è futuro. Dio è luce. Dio è vita.

Ecco, amici cari, ora il commento è proprio finito.

#Santanotte! Dio vi conceda uno sguardo capace di vedere avanti, oltre il buio degli affanni, là dove splende la luce del futuro. Dio vi e ci benedica, amici cari! 🙂 🙂 🙂

Alessandro Ginotta

Uno sguardo di profezia che vede lontano
Il dipinto di oggi è: “La Presentazione di Gesù al tempio” opera di artista sconosciuto del XIX secolo, olio su tavola, 250x400cm, chiesa di Saints-Pierre-et-Paul de Hochfelden, Francia