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Una fede troppo stretta per contenere l’infinito…

Una fede troppo stretta per contenere l’infinito…

Dimmi: quante volte ti sei sentito così? Capace di molto di più, ma circondato da sguardi che ti tengono fermo a ciò che eri? È come parlare e sentire che le parole cadono a terra prima ancora di arrivare al cuore. È come tendere le mani e accorgerti che nessuno le afferra

Il mio in(solito) commento a:
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria (Marco 6,1-6)

Senti anche tu quell’aria strana? È l’aria di casa. Quella che sa di legno, di pane spezzato mille volte sullo stesso tavolo, di nomi pronunciati con confidenza. È l’aria dei luoghi dove pensano di conoscerti fino in fondo. Ed è proprio lì che Gesù torna.

Nazareth non è ostile. È peggio. È familiare. Lo guardano mentre parla. Restano colpiti, sì. Ma subito dopo si irrigidiscono. È come se qualcosa si spezzasse dentro. Perché le sue parole sono troppo grandi per stare dentro i ricordi che hanno di Lui. «Ma non è il figlio del falegname?». E in quella domanda c’è tutta la fatica di lasciar nascere l’altro. Perché chi ci ha visto crescere spesso fatica ad accettare che siamo cambiati. Che siamo diventati altro. Che Dio, nel frattempo, ha lavorato in silenzio dentro di noi.

Dimmi: quante volte ti sei sentito così? Capace di molto di più, ma circondato da sguardi che ti tengono fermo a ciò che eri? È come parlare e sentire che le parole cadono a terra prima ancora di arrivare al cuore. È come tendere le mani e accorgerti che nessuno le afferra.

Gesù lo sente tutto, questo gelo. E Marco usa un verbo che commuove: si meravigliava. Gesù si stupisce. Non della cattiveria, ma della mancanza di fede. Perché l’incredulità non urla, non ferisce apertamente. L’incredulità spegne. Piano. Senza fare rumore.

E allora accade qualcosa di sconcertante: l’Onnipotente si ferma. Non perché non possa andare oltre. Ma perché non vuole farlo senza di noi. Qui c’è una verità che consola e inquieta insieme: Gesù non ama i miracoli solitari. Non entra sfondando la porta. Bussa. La fede, per Lui, non è assistere a uno spettacolo. È lasciarsi coinvolgere. È fidarsi. È dire: “Io non capisco tutto, ma mi affido”.

E fiducia e fede, lo sai, sono davvero parenti stretti. Quando ti fidi di qualcuno, gli permetti di esistere pienamente. Quando non credi, quando riduci l’altro a ciò che era, gli togli il respiro. È come ammainare le vele mentre la barca è pronta a partire. A Nazareth Gesù guarisce solo pochi malati. Piccoli segni. Quasi sussurrati. Non perché il suo amore sia diminuito, ma perché la fede intorno a Lui è troppo stretta per contenere l’infinito. E allora quella frase – così vera da far male – risuona anche per noi: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

Forse oggi Gesù continua a essere rifiutato non perché è Dio, ma perché è troppo vicino. Perché passa attraverso volti noti, storie imperfette, parole che ci mettono a disagio.

E ora lasciami fare a te una domanda, piano, senza rumore: chi stai guardando solo per quello che era? E soprattutto… a Gesù, oggi, stai davvero aprendo la porta o stai solo ascoltando da dietro il muro?

Perché la fede non è capire tutto. È fidarsi abbastanza da lasciare entrare. Ed è lì che iniziano i miracoli. #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo Redentore”, di Quinten Massys, 1505, olio su tavola, 39×30 cm, Campion Hall, University of Oxford

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