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Meditazioni e preghiere
Sì, il 2021 sarà migliore!

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Te Deum. Quanto è difficile scriverlo quest’anno! Il Te Deum è un inno di ringraziamento che si canta nelle chiese di tutto il mondo la sera del 31 dicembre. Le origini di questo testo si perdono nella storia; quel che è certo è che il Te Deum fu intonato da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino il giorno di battesimo di quest’ultimo, avvenuto a Milano nel 386 d.C.

C’è un modo ancora più originale per celebrare il Te Deum: usare le proprie parole. Chi di noi, alla fine di un anno, non si è voltato indietro per ricordare i fatti trascorsi, gioire per quelli più belli e, ahimè, versare qualche lacrima per quelli tristi? E’ proprio questo il mio animo quando, ogni trentun dicembre, mi accingo a scrivere il mio grazie a Dio per quanto accaduto nei dodici mesi appena trascorsi, fare qualche bilancio e augurio per l’anno che verrà…

Un’abitudine radicata che mi ha spinto anche oggi a prendere la penna in mano. Ma quanto pesa questa penna! Bisognava trovare le parole adatte per celebrare l’anno che nessuno vorrà mai rivedere: un anno di malattia, di dolore, di vite spezzate da un subdolo microbo che ha saputo mettere in scacco il mondo intero, paralizzandone le economie e imprigionando in casa la maggior parte della popolazione.

Eppure alcune cose buone sono accadute, sia nella vita di tutti noi, sia nella storia del mondo intero. Ma proprio non vorrei scrivere un Te Deum edulcorato, così come non credo che sia una buona idea soffermarsi su quelle nefaste che pure stanno sulla bocca di tutti.

E me ne sto qui… a meditare sull’imperscrutabile mistero di un Creatore che vede soffrire le sue creature. Quali sentimenti sconvolgeranno il suo cuore?

Sì, ci spaventa. Questa pandemia sembra l’incarnazione del male, perché irrompe nelle nostre vite e ce le ruba. Irrompe nei nostri affetti e ci divide. Ci ha trovati impreparati, ed ora ci sentiamo smarriti. I potenti, gonfi di orgoglio, si sfidavano boriosi, da un lato all’altro della terra, mostrando nient’altro che la loro vuotezza. Mentre medici, infermieri, tecnici e volontari, moltiplicavano i loro sforzi per strappare, con ogni mezzo, le nostre vite dagli artigli del mostro invisibile.

E in mezzo c’eravamo noi, persone normali, strappati alle nostre esistenze ordinarie. Siamo figli di Dio dispersi. Siamo come pecore senza pastore (cfr. Marco 6,34). Abbiamo bisogno di Dio. Ce ne siamo resi conto tardi, ma è così. Eravamo distratti da mille impegni. Gareggiavamo per primeggiare al lavoro, per avere l’auto più bella, per sfoggiare abiti e gioielli. Cose vane. Solo ora ci siamo resi conto di quanto siano importanti la vita. La famiglia. Gli affetti. Di quanto sia insostituibile la salute. E di quanto nessuna moneta sia in grado di acquistarla. 

Abbiamo bisogno di Gesù. Abbiamo bisogno che Gesù ci guarisca. Abbiamo bisogno che Gesù risani la nostra anima. Abbiamo bisogno che Gesù ci porti la speranza. Abbiamo bisogno che Gesù ci raccolga perché siamo dispersi. Ma forse Gesù lo sta già facendo. Sta guarendo l’orgoglio dei superbi. Sta curando il nostro egoismo e la nostra cecità morale. Ci sta facendo tornare la sete di Dio. 

Io non credo che, questo male terribile, arrivi da Dio. Non credo che sia la fine dei nostri giorni. No. Questo è un male che viene da sé, come il crollo della torre di Siloe, che, cadendo rovinosamente su diciotto persone, le uccise (cfr. Luca 13,4). Oggi Gesù dice anche a noi: «credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?». Crediamo che le vittime di questa malattia siano più colpevoli di tutti noi? Ovviamente no, «ma – aggiunge Gesù – se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo» (Luca 13,5). Ed è proprio questa la chiave, amici cari: Il coronavirus non arriva da Dio, ma questa epidemia ci interpella e ci invita alla conversione dei cuori. Dobbiamo crescere e migliorare. Altrimenti “periremo allo stesso modo”. Dobbiamo imparare e cambiare. 

Questa tragedia che stiamo vivendo può davvero diventare occasione di una conversione del nostro modo di stare nella realtà: l’egoismo deve lasciar spazio alla carità, l’indifferenza religiosa farsi fiducia costante nel Signore. Fede e speranza non ci abbandonino mai.

Eccolo, il mio Te Deum. E adesso è il momento di voltare pagina, ne abbiamo una bianca tutta da scrivere, che aspettiamo a riempirla di speranza?

Auguri di cuore a tutti voi. Dio vi benedica ogni giorno dell’anno amici cari! 🙂 🙂 🙂

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “La Santissima Trinità” di Peter Paul Rubens, 1625, olio su tela, 314x242cm, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Monaco di Baviera, Germania