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Senti la sete di infinito?

La senti la tua sete di infinito?

Abbiamo dentro di noi una sete che… non si spegne bevendo! È un sentimento atavico, qualcosa di potente che ci spinge a cercare, cercare e cercare ancora. Un’inquietudine che non trova riposo se non nell’assoluto: la sete di infinito.

Il mio in(solito) commento a:
Abbiamo trovato il Messia (Giovanni 1,35-42)

Hai mai provato la sensazione che ti manchi qualcosa? Ci aggiriamo nelle nostre case arredate, tra dispense e frigoriferi pieni; le nostre dita si spostano frenetiche sugli schermi dei nostri cellulari stracolmi di contatti, fotografie, video e canzoni; le nostre agende sono zeppe di impegni di ogni tipo e genere: sport, corsi, lezioni, riunioni, incontri… Abbiamo tutto. Eppure ci manca qualcosa. Non è così?

Che cos’è che spinge gli astronomi a scrutare lo spazio sterminato? O i fisici ad indagare l’infinitamente piccolo? Lo scienziato che guarda nei telescopi o nei microscopi, in realtà non cerca soltanto informazioni, ma tenta di spegnere quella sete di infinito che deriva dall’investigare la ragione stessa della propria esistenza. L’uomo tenta con la ragione di darsi delle risposte, ma spesso si accorge di non essere autosufficiente. E, talvolta, l’uomo si scopre povero perfino di domande… perché non sa quali porsi.

La sete di infinito ci spinge a cercare e cercare ancora. Un’inquietudine che non trova riposo se non nell’assoluto. Dentro di noi arde un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che ci spinge ad inseguire Dio. Non ha senso la vita senza Gesù, lo sanno benissimo i discepoli di Giovanni il Battista. Devi sapere che in quel tempo Gesù non aveva ancora iniziato ad agire o a parlare in pubblico ed, ai più, era ancora sconosciuto. Lo vediamo quando, giunto sulle rive del Giordano per ricevere il battesimo da Giovanni, si mescolerà in mezzo alla folla, in coda tra uomini e donne, in fila con i peccatori. Senza distinguersi.

Gesù non ha sgomitato per imporsi, non si è messo in mostra. È stato lo stesso Giovanni il Battista ad indicarlo: “Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui” (vv. 35-39).

Questi versetti ci parlano della sete di Dio, che spinge questi discepoli a seguire Gesù senza esitazione. Fino a pochi istanti prima era uno sconosciuto per loro. Ma, da quando lo hanno incontrato, essi sentono l’incontenibile desiderio di incamminarsi dietro a lui, incuranti di percorrere strade polverose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (cfr. Luca 9,58). Non importa. La sete di Gesù è più forte e, dopo aver incrociato il suo cammino, i discepoli non vogliono più staccarsi dal Maestro. Prosegue l’evangelista: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia»” (vv. 40,41).

L’uomo può essere veramente felice soltanto nella serenità e nella pienezza dell’amore di Dio. Ed è lì che può trovare se stesso. Perché noi uomini siamo delle piccole scintille di Dio che anelano di tornare ad unirsi alla fiamma dell’eterno amore.

Questo è quello che i discepoli hanno compreso. Hanno incontrato Gesù ed hanno capito. Ma noi, uomini della strada, persone comuni, qualche volta non riusciamo a sperimentare un incontro completo con Dio. Sempre distratti da mille pensieri e da troppi impegni, non riusciamo a prestare la necessaria attenzione a quella sete che proviamo dentro di noi.

Talvolta l’uomo non capisce e, per istinto, si allontana da ciò che non comprende. Altre volte è la tentazione, il peccato che ci separa da Dio. Ma la vita, senza di Lui, non ha sapore. La vita senza Dio non ha colore. Perché vivere senza Dio è un po’ come spegnere la luce: d’un tratto non si vede più nulla. E camminando al buio c’è il forte rischio di inciampare.

In noi è innata la nostalgia di Dio, tant’è che, anche quando ci allontaniamo da Lui, per qualche tempo il nostro orizzonte sembra ancora illuminato dall’eco della Sua presenza. Noi rinneghiamo Dio, ma la sua luce continua a tenere insieme i fili della nostra esistenza. E finché questa luce remota proietta i suoi raggi sulle nostre giornate, noi possiamo vivere nell’illusione che le cose possano funzionare anche senza di Lui. Ma, ben presto, ci scontriamo con la realtà. Ed allora ci rendiamo conto di quanto, senza Dio, la nostra esistenza sia tormentata: ci sentiamo perennemente insoddisfatti ed alla continua ricerca di qualcosa che ci manca. E così ci rimettiamo in cammino sulle orme di quel Gesù, che non ha neppure un posto dove posare il capo: ecco la sete d’infinito!

#Santanotte Gesù riempia il tuo vuoto, entri nella tua anima, scaldi il tuo cuore e ti trasformi in un otre nuovo, capace di riempirsi fino all’orlo del suo amore!

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo il Salvatore”, di Antonio María Esquivel, 1842, olio su tela, 280×182 cm, Museo del Prado, Madrid

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