
Se ti senti vuoto, sei nel posto giusto
Come si fa a dire beato chi è povero? Come si fa a chiamare felice chi piange, chi ha fame, chi viene schiacciato, frainteso, perseguitato? Diciamolo senza girarci attorno: a leggerle così, le Beatitudini sembrano una provocazione. O peggio, una presa in giro.
Il mio (in)solito commento a:
Beati i poveri in spirito (Matteo 5,1-12)
Proviamo però a fermarci un attimo. A rallentare. Gesù sale sul monte e si siede. Non arringa la folla, non alza il tono, non promette scorciatoie. Si siede come fa un padre quando deve dire qualcosa che cambia la vita. E davanti a Lui non ci sono eroi, ma persone stanche. Volti segnati. Cuori che hanno già perso qualche battaglia. E proprio a loro Gesù dice: beati.
Non perché va tutto bene. Ma perché, proprio lì dove sembra mancare tutto, può finalmente entrare Dio.
Il povero in spirito non è un modello da imitare. È una condizione dell’anima. È chi ha smesso di reggersi in piedi da solo. È chi non ce la fa più a fingere di essere forte. È chi arriva a Dio senza frasi ben costruite, senza scuse eleganti, senza difese. Con le mani vuote. E le mani vuote, davanti a Dio, sono una benedizione.
Le Beatitudini non descrivono quello che dovremmo diventare, ma quello che già siamo nei momenti più veri della nostra vita. Quando crolliamo. Quando perdiamo. Quando piangiamo. Quando ci sentiamo inadeguati. È lì che Gesù ci guarda e dice: “Sei nel posto giusto. Il Regno è qui”. Poi arriva quella frase che cambia tutto, quasi sussurrata: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
E subito nasce una domanda che ci abita tutti: ma cosa succederà dopo? Chi troveremo quando saremo finalmente davanti a Dio? Se siamo sinceri, spesso immaginiamo una sorta di tribunale. Un elenco. Una bilancia. Errori da una parte, buone azioni dall’altra. E la paura sottile di non aver fatto abbastanza.
Ma davvero crediamo che l’Amore eterno funzioni così? Davvero pensiamo che Dio, che ci ha pensati prima ancora che esistessimo, diventi improvvisamente freddo e severo?
Io no. Io non riesco a crederlo. Io credo che alla fine troveremo Dio che corre verso di noi. Dio che non ci chiederà spiegazioni, ma ci stringerà forte. Dio che non ci domanderà dove abbiamo sbagliato, ma dove ci siamo fatti male. Dio non pesa le colpe, ma legge i cuori.
Certo, esiste anche la possibilità di rifiutare tutto questo. Di restare fuori. Di chiudersi. Ma l’inferno non è un castigo imposto: è un amore respinto. È una porta lasciata chiusa dall’interno. È il cuore che si indurisce proprio quando potrebbe finalmente riposare.
E allora capiamo.
Beati i poveri, perché non hanno più niente da difendere.
Beati quelli che piangono, perché hanno ancora il coraggio di sentire.
Beati quelli che cadono, perché sanno cosa significa essere rialzati.
Alla fine, lo sentiamo profondamente, Dio non ci accoglierà con un giudizio, ma con un abbraccio. E in quell’abbraccio scopriremo che non siamo mai stati un errore. Solo figli stanchi che tornano a casa.
Forse le Beatitudini non parlano del futuro. Forse parlano di questo momento preciso. Di noi. Così come siamo. E già infinitamente amati #Santanotte
Alessandro Ginotta

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