
Quel Padre Nostro è diverso!?
Hai mai fatto caso che il “Padre nostro” di Luca e quello di Matteo non sono proprio identici? Sembra strano, vero? Eppure le due versioni presentano delle sfumature che, se le guardiamo con attenzione, ci rivelano qualcosa di molto profondo.
Oggi ti propongo il mio (in)solito commento a un passo che conosciamo bene, anzi, benissimo: “Chiedete e vi sarà dato” (Luca 11,1-13). Ma ti assicuro che c’è qualcosa che, forse, non hai mai notato.
Oggi voglio farti compagnia in un piccolo viaggio. Un viaggio dentro una preghiera che conosciamo tutti: il Padre nostro. Sì, proprio quella che recitiamo da quando siamo bambini. Ma ti invito a guardarla insieme a me con occhi nuovi, a riscoprirla come se fosse la prima volta.
Nel Vangelo di Luca, il “Padre nostro” suona così:
«Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione» (Luca 11,2-4).
Noti qualcosa? È breve, essenziale, quasi sussurrata. Non c’è “Padre nostro”. Solo “Padre”. È un modo tenero, intimo, di rivolgersi a Dio. È come dire “Papà”. Sì, perché quella parola, “Padre”, richiama l’aramaico “Abbà”, che è la voce dei bambini quando chiamano il loro papà. Non è il Dio lontano, inarrivabile. È il Dio che ti abbraccia.
Poi c’è Matteo, che la racconta diversamente:
«Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà…» (Matteo 6,9-13).
Qui la preghiera si fa più solenne, più articolata, quasi “ufficiale”. Ma la sostanza non cambia. Cambia la forma, perché cambiano i destinatari. Matteo parla a comunità che avevano bisogno di sentirsi “popolo”, fratelli uniti sotto lo stesso Padre. Luca, invece, ci porta nella dimensione più personale, quasi a dire: “Fidati, puoi parlargli come un figlio parla al suo papà”.
E allora ti chiedo: chi ha ragione? Matteo o Luca? La risposta è semplice: hanno ragione entrambi.
Sai perché? Perché i Vangeli non sono cronache di eventi fissati nel tempo. Non sono articoli di giornale. Sono testimonianze d’amore. E l’amore non segue l’orologio. Non si misura in date. Quello che conta non è “quando” una cosa sia stata detta, ma che sia stata detta. L’importante è che quelle parole arrivino a te, oggi, qui, adesso.
All’epoca non c’erano microfoni né registratori. Gli evangelisti hanno raccolto i racconti, i ricordi, i frammenti di vita che si tramandavano di bocca in bocca, come si fa con le storie più belle. E ogni evangelista scriveva pensando alla gente che aveva davanti. Popoli diversi, lingue diverse, culture diverse. Eppure, un unico messaggio.
Anche le parole “debiti” e “peccati” nascondono una meraviglia: in aramaico, il peccato era considerato un “debito” verso Dio. Quindi Matteo dice “rimetti a noi i nostri debiti”, Luca preferisce “perdona a noi i nostri peccati”. Ma alla fine stanno dicendo la stessa cosa: chiediamo al Padre di liberarci da tutto ciò che ci allontana da Lui.
Vedi quanto è bello? Le piccole differenze tra i Vangeli non sono errori. Sono carezze. Ogni evangelista ha trovato il modo migliore per farsi capire, per toccare il cuore di chi leggeva. Per questo, più che di storici, dobbiamo parlare di evangelizzatori. Uomini innamorati della Parola, disposti a tutto pur di farla arrivare a te, oggi, in questo momento.
E allora, non preoccupiamoci se Luca e Matteo non raccontano le cose con le stesse parole. L’importante è che ci raccontino l’Amore. Perché, alla fine, è questo il vero miracolo dei Vangeli: portare l’Amore di Cristo a ogni creatura, in ogni tempo, in ogni lingua.
Quando preghi il “Padre nostro”, non recitarlo meccanicamente. Fermati. Respira. E lascia che il tuo cuore dica: “Papà”. In quella parola c’è tutto. C’è Lui. E ci sei tu. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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