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Quando una briciola basta a cambiare Dio

Quando una briciola basta a cambiare Dio

Non chiede privilegi. Non pretende diritti. Chiede una briciola. E lo fa con una certezza incrollabile: che nel cuore di Dio non esistano avanzi, che il suo amore non sia mai “meno”, che anche ciò che sembra poco, nelle sue mani, sia già tutto.

Il mio in(solito) commento al Vangelo di Vangelo di Marco (7,24-30)
«I cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli»

Gesù esce. Esce dalla sua terra, dalle sicurezze, dai confini tracciati dalla religione e dalla cultura. E già questo mi inquieta, perché ogni volta che Dio esce dai suoi confini… lo fa per allargare i miei. E lì, in terra straniera, compare una donna. Senza nome. Senza titoli. Senza “diritti religiosi”. Solo una madre. Solo dolore. Solo amore disperato per una figlia.

E mentre leggo, sento nascere una domanda che mi brucia dentro: quante volte ho pensato che l’amore di Dio avesse un perimetro preciso? Quante volte ho creduto, magari senza dirlo, che quella tavola fosse apparecchiata solo per alcuni?

Gesù sembra respingerla. Le sue parole sono dure. Spiazzanti. Parole che sanno di esclusione, di distanza, di confine invalicabile: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».

Confesso che ogni volta fanno male anche a me. Perché dentro quelle parole ci siamo noi, con le nostre etichette, le nostre divisioni, i nostri “dentro” e “fuori”.

Ma questa donna non arretra. Non si scandalizza. Non se ne va.

Resta. E restando, ci insegna cosa sia davvero la fede. Non una dottrina perfetta, non una morale impeccabile, ma un’intuizione profonda del cuore di Dio. Con una frase sola, semplice, disarmante:
«Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli».

Non chiede privilegi. Non pretende diritti. Chiede una briciola. E lo fa con una certezza incrollabile: che nel cuore di Dio non esistano avanzi, che il suo amore non sia mai “meno”, che anche ciò che sembra poco, nelle sue mani, sia già tutto.

E qui accade qualcosa di straordinario. Gesù si ferma. Ascolta. Si lascia toccare.

È come se il Vangelo, per un istante, ribaltasse le parti. È la donna a rivelare a Gesù – e a noi – la profondità del cuore del Padre. Un cuore che non distingue tra figli e figliastri. Un cuore che non misura la fede dai confini religiosi, ma dalla fiducia. Dall’amore. Dalla capacità di restare.

Perché la vera fede non è quella che si ostenta, che si mostra, che si consuma nei luoghi sacri come una vetrina. La vera fede è quella che vive dentro. Che respira nelle scelte quotidiane. Che si manifesta quando continui a credere anche se ti senti escluso.

Quella donna non frequenta il tempio. Eppure crede. Crede davvero.

Crede che per Dio il dolore di una figlia venga prima di ogni appartenenza. Crede che nessuno, agli occhi di Dio, sia un estraneo. Crede che l’amore sia più forte delle regole, più grande delle etichette, più largo di qualsiasi confine.

E allora mi chiedo: che Dio annunciamo, con le nostre parole e con la nostra vita? Un Dio che seleziona o un Dio che si dona? Un Dio che difendiamo o un Dio che spezza se stesso come Pane?

Perché il Pane vivo non si raziona. Si spezza. Si moltiplica. Si offre a tutti.

E se davvero crediamo in questo Cristo, allora non possiamo restare seduti a tavola. Dobbiamo uscire. Andare. Cercare. Raccontare un Dio che non chiede perfezione, ma fiducia. Un Dio che non distribuisce briciole, ma che trasforma anche una briciola in salvezza #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo e la donna Cananea”, di Jean François de Troy, 1743, olio su tela, 116x84cm, Chrysler Museum of Art, Norfolk, Virginia

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