
Quando smetti di resistere, il miracolo accade
Sembra semplice. Ma non lo è. Perché guarire significa lasciare andare ciò che, paradossalmente, ti tiene al sicuro: le tue abitudini, le tue giustificazioni, perfino le tue ferite, che nel tempo diventano una casa conosciuta, dolorosa ma familiare. E allora sì, lo diciamo con sincerità: non sempre siamo pronti a guarire davvero.
Il mio (in)solito commento al Vangelo
“All’istante quell’uomo guarì” (Gv 5,1-16)
Gerusalemme. Una porta. Una piscina circondata da cinque portici. E sotto quei portici, un’umanità sospesa, ferita, in attesa. Non è solo un luogo fisico, è una fotografia dell’anima: corpi immobili, sguardi consumati, speranze che si trascinano come ombre stanche, mentre il tempo passa senza chiedere il permesso. E lì, in mezzo a tutto questo, c’è lui. Trentotto anni di attesa. Non è solo una malattia: è una vita intera rimasta bloccata, come se qualcuno avesse premuto “pausa” e poi si fosse dimenticato di riavviare.
Forse ti sembra lontano. E invece no.
Perché ci sono paralisi che non si vedono, ma che pesano allo stesso modo: quando ti senti fermo, quando guardi gli altri andare avanti e tu resti indietro, quando inizi a convincerti che il tuo momento non arriverà mai. È lì che nasce la vera fatica: non nel corpo, ma nel cuore che smette di aspettare.
Poi arriva Gesù. Non con gesti eclatanti, non con parole altisonanti, ma con uno sguardo che attraversa e raggiunge esattamente il punto in cui sei più fragile, più esposto, più vero. E ti fa una domanda che non puoi evitare, perché ti riguarda fino in fondo: “Vuoi guarire?”. Tu cosa risponderesti? Quell’uomo non risponde alla domanda. Racconta il suo limite: “Non ho nessuno…”
E in queste poche parole c’è un abisso che forse conosci anche tu: la sensazione di essere solo, di dovercela fare da solo, di non avere qualcuno che ti prenda per mano proprio nel momento in cui ne avresti più bisogno. Ma è proprio lì, dentro quella mancanza, che Gesù entra. Non aggira il dolore. Non lo spiega. Lo attraversa. E dice tre parole che non chiedono permesso, che non aspettano condizioni favorevoli, che non si appoggiano a nulla se non alla potenza dell’amore:
Alzati.
Prendi.
Cammina.
E accade. Subito. Senza spiegazioni. Senza passaggi intermedi. Senza logica apparente. Ed è qui che il Vangelo diventa scomodo, perché ci costringe a fare i conti con ciò che non riusciamo a controllare. Noi vogliamo capire tutto, incasellare tutto, dare un nome a ogni cosa; e quando qualcosa ci sfugge, lo mettiamo in dubbio, lo ridimensioniamo, a volte lo neghiamo. Ma se rifiutiamo ciò che non comprendiamo, finiamo per chiudere la porta proprio a ciò che potrebbe salvarci. Perché il miracolo non chiede di essere spiegato: chiede di essere accolto. E allora guarda bene questo dettaglio, che cambia tutto: quell’uomo non entra nella piscina. Non segue il percorso previsto. Non riceve aiuto umano. Eppure guarisce.
Questo significa che il miracolo non è nel luogo, non è nel rito, non è nelle condizioni perfette che aspettiamo da una vita per iniziare a cambiare. Il miracolo accade quando qualcosa, finalmente, si apre dentro di te. Quando smetti di resistere. Quando, anche solo per un istante, lasci spazio a Dio.
Puoi attraversare i luoghi più santi del mondo e restare identico a prima, se il tuo cuore resta chiuso.
E puoi restare fermo nella tua quotidianità imperfetta, piena di fatica e di domande, e vedere nascere qualcosa di nuovo, se dentro di te si apre anche solo una fessura. Perché Dio non ha bisogno di condizioni ideali. Ha bisogno di uno spiraglio.
E allora lascia che questa parola ti raggiunga dove sei, senza difese: non è vero che sei solo. Non è vero che è troppo tardi. Non è vero che per te non può succedere. Non è vero. Il punto non è se Dio può fare un miracolo. Il punto è se tu sei disposto a lasciarti raggiungere. Adesso. Qui. Così come sei.
Alzati. Prendi anche ciò che ti pesa, ciò che ti ha tenuto fermo per anni, ciò che pensavi ti definisse…
e cammina. Perché quando Dio ti incontra davvero, non ti lascia dove ti ha trovato. Ti rialza. Ti rimette in piedi. Ti restituisce alla vita. E a volte basta un istante per cambiare tutto. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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