
Quando Dio si commuove per la tua stanchezza
Se ti sei perso, Lui non ti chiede di correre. Se sei caduto, non ti chiede di rialzarti subito. Ti chiede solo di restare, di lasciarti raggiungere, di permettergli di prendersi cura di te
Il mio in(solito) commento a:
Erano come pecore che non hanno pastore (Marco 6,30-34)
Resta un attimo qui. Non scorrere, Respira. Questo Vangelo non chiede fretta: chiede presenza. Chiudi gli occhi e immagina: hai camminato tanto, hai dato tutto, eppure ti senti vuoto. Intorno a te c’è confusione, rumore, richieste che non finiscono mai. Dentro, invece, un silenzio che fa paura. Gesù alza lo sguardo e ti vede. Ti vede davvero. Non ciò che mostri, ma ciò che porti dentro.
E succede qualcosa di sorprendente: si commuove. Non si irrita, non si difende, non si allontana. Si lascia toccare. Il cuore di Dio vibra davanti alla tua stanchezza. “Erano come pecore senza pastore”. Non sbagliate. Non incapaci. Semplicemente smarrite.
E dimmi la verità: quante volte ti sei sentito così anche tu? Con le giornate piene e l’anima vuota. Con mille impegni e nessuna direzione. Con la sensazione di fare tutto bene, ma di non sapere più per chi o per che cosa. Ti muovi, ma non ti senti guidato. Cammini, ma non ti senti accompagnato. Gesù vede questo. E resta.
Resta quando tu vorresti scappare. Resta quando ti senti un peso. Resta quando pensi di non meritare più nulla. Dio ama le sue pecore. E lo fa in modo ostinato, testardo, viscerale. Ama soprattutto quelle che hanno perso la strada. Quelle che si sono fermate. Quelle che hanno sbagliato sentiero. Ama te, proprio lì dove ti senti mancante.
Ascoltami bene: Dio non ti ama quando sei a posto. Dio ti ama mentre sei in pezzi. Il suo amore non è un premio per chi ce la fa, è una casa per chi crolla. Non dipende da quanto sei bravo, ma da quanto sei suo. E tu sei suo. Sempre.
Forse ci sono giorni in cui questo amore non lo senti. Giorni in cui preghi e ti sembra di parlare al vuoto. Giorni in cui ti chiedi se Dio si sia stancato di te. Ma no, non è Lui ad allontanarsi. Siamo noi che, feriti, abbassiamo lo sguardo.
Camminiamo con la testa china, schiacciati dai sensi di colpa, dalle paure, dalle delusioni. E così non vediamo più il Pastore che ci precede. Non sentiamo più la sua voce che chiama il nostro nome.
Sant’Ignazio la chiamava “desolazione”. Quella terra arida del cuore in cui tutto sembra spento. Ma non è Dio che se ne va. È l’amore che continua a scorrere, anche quando tu non lo percepisci. Il sole non smette di esistere perché ci sono le nuvole.
E allora Gesù fa una cosa che spiazza: si mette a insegnare. Non rimprovera. Non chiede spiegazioni. Nutre. Perché chi è smarrito non ha bisogno di lezioni morali, ma di pane per l’anima. Ha bisogno di sentirsi dire: “Sei al sicuro. Sei visto. Sei amato”.
Se ti sei perso, Lui non ti chiede di correre. Se sei caduto, non ti chiede di rialzarti subito. Ti chiede solo di restare, di lasciarti raggiungere, di permettergli di prendersi cura di te.
Qualunque sia la ferita che porti – un errore tuo, un torto subito, una stanchezza che non sai spiegare – la via d’uscita è sempre la stessa: accogliere l’amore. Non capirlo. Non meritartelo. Accoglierlo.
Gesù è il Pastore che non ti tira per il collo, ma cammina al tuo passo. È il Pastore che non ti conta per giudicarti, ma per non perderti. È il Pastore che ti cerca proprio quando tu hai smesso di cercare te stesso.
Alza lo sguardo. Anche solo di poco. Il Pastore è lì. Non si è mai mosso. E non ha mai smesso di chiamarti per nome #Santanotte
Alessandro Ginotta

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