
Quando Dio scrive sulle nostre righe storte
La strada è stretta, polverosa, scavata tra rocce antiche e silenzi che sembrano trattenere il respiro. Il sole cade verticale sulle spalle dei discepoli, e ogni passo verso Gerusalemme ha il peso di qualcosa che sta per accadere. Non lo sanno ancora fino in fondo, ma lo sentono. C’è nell’aria una tensione sottile, come quando il cielo si fa improvvisamente scuro prima di un temporale
Il mio in(solito) commento al Vangelo:
Lo condanneranno a morte (Matteo 20,17-28)
Ed è proprio lungo questa strada che Gesù decide di parlare. Si ferma. Li guarda. E con una calma che ha qualcosa di disarmante pronuncia parole che sembrano pietre: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme… lo condanneranno a morte… lo flagelleranno… lo crocifiggeranno». Non è una parabola. Non è un simbolo. È una profezia nuda. Diretta. Dolorosa.
Eppure, mentre Gesù parla della croce, tra i discepoli succede qualcosa che ci assomiglia terribilmente. Perché il cuore umano è così: riesce a pensare a sé anche mentre Dio sta parlando della sua passione. Ed ecco entrare in scena una madre.
Salomè si avvicina a Gesù con il passo deciso di chi ama i propri figli e vuole per loro il meglio. Non chiede ricchezza, non chiede salute. Chiede il potere. Chiede i primi posti. «Fa’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Se fossimo stati lì, probabilmente avremmo trattenuto il fiato per l’imbarazzo. Gesù ha appena parlato della croce. E qualcuno sta già pensando al trono. Eppure — ed è qui che il Vangelo diventa meraviglioso — Gesù non si irrita. Non umilia quella donna. Non ridicolizza i due fratelli. Gesù prende quel piccolo capriccio umano e lo trasforma in una lezione eterna.
Perché Dio è così: sa scrivere bene anche sulle nostre righe storte. Con una pazienza infinita Gesù rovescia la logica del mondo: «I capi delle nazioni dominano… i grandi opprimono…». Poi si ferma. E pronuncia una frase che cambia tutto. «Tra voi non sarà così».
Non più la gara per il primo posto. Non più la smania di emergere. Non più la corsa per salire sopra gli altri. Chi vuole essere grande? Si faccia piccolo. Chi vuole essere il primo? Si faccia servo. E a quel punto Gesù non sta più parlando soltanto. Sta rivelando se stesso.
Perché il Figlio dell’uomo — dice — non è venuto per farsi servire, ma per servire.
Capisci cosa sta succedendo? Mentre tutti immaginano un re seduto su un trono, Gesù sta già vedendo un uomo inchiodato su una croce. Mentre il mondo sogna potere, Dio prepara un grembiule. Sì, proprio così. Il grembiule del servizio. Quello che tra pochi giorni Gesù si legherà ai fianchi per lavare i piedi ai discepoli. È questa la grandezza di Dio.
Non dominare.
Non imporsi.
Non pretendere.
Amare.
Servire.
Donarsi.
E allora forse capiamo qualcosa di straordinario: Dio non aspetta che diventiamo perfetti per amarci. Ci incontra proprio lì dove siamo fragili. Dove siamo goffi. Dove siamo ancora pieni di orgoglio. Ama Salomè. Ama Giacomo e Giovanni. Ama i discepoli che litigano per il potere. Ama anche te. Ama anche me. Anche quando sbagliamo. Anche quando cerchiamo il posto migliore. Anche quando non capiamo nulla della sua logica.
Perché Dio si è fatto carne proprio per dirci questo: ti amo anche nelle tue fragilità. E se Lui si china su di noi per servirci, allora forse il Vangelo di oggi ci lascia una domanda che non possiamo evitare: Vuoi davvero seguire Cristo? Allora scendi dal trono. Togli la corona. Prendi il grembiule. E ama. Così. Come Lui ha amato noi #Santanotte
Alessandro Ginotta

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