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Quando Dio sceglie l’uomo “sbagliato”

Quando Dio sceglie l’uomo “sbagliato”

Dio… quando incontra un cuore ferito che smette di fingere… non resiste. Prima lo perdona. Poi lo rialza. Poi lo trasforma. Perché Dio non salva i perfetti. Dio salva chi ha il coraggio di lasciarsi amare

Il mio decisamente in(solito) commento a:
“Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo” (Luca 18,9-14)

Reggiti forte, perché tra pochi istanti faremo insieme un salto indietro di duemila anni. Un balzo improvviso nella storia, dentro le mura di un tempio antico dove il tempo sembra rallentare e ogni respiro si riempie di profumo d’incenso. Vieni con me? Camminiamo piano, quasi in punta di piedi. Le alte colonne proiettano ombre lunghe sul pavimento di pietra e sottili lame di luce scendono dai finestroni come fili dorati sospesi nell’aria. Qui, proprio qui, sta per accadere qualcosa che non riguarda solo due uomini di un tempo lontano. Riguarda anche te. Riguarda me. Riguarda il cuore di ciascuno di noi.

Guarda laggiù, sulla sinistra. Vedi quell’uomo ritto in piedi? Il portamento è fiero, quasi regale. Le vesti sono ampie, preziose, ornate di frange che oscillano lentamente ad ogni movimento, come se perfino il tessuto volesse attirare l’attenzione su di lui. Sul braccio porta legate le Scritture, ma più che un segno di fede sembra un distintivo di autorità. L’uomo alza la voce, la modula con cura, la lascia risuonare nel tempio con quella sicurezza di chi è abituato a parlare per essere ascoltato. «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini…».

Ascolta bene. Questa non è una preghiera. È un’autobiografia spirituale. Non è un dialogo con Dio. È una dichiarazione pubblica di perfezione. Il fariseo non chiede nulla, non cerca misericordia, non apre il cuore. Elenca, piuttosto, i peccati degli altri come se stesse compilando un inventario: ladri, ingiusti, adulteri… e poi, con una punta di disprezzo che trapela perfino nel tono della voce, indica qualcuno: «…E neppure come questo pubblicano». Ma dimmi: chi sta davvero cercando di convincere? Dio… o se stesso?

Ora sposta lo sguardo. Guarda meglio. Là, nell’ombra. Dietro quella colonna c’è un altro uomo. Non occupa il centro della scena. Non cerca di farsi notare. Anzi, sembra quasi voler scomparire. Sta curvo, piegato su se stesso come se il peso della sua vita fosse diventato improvvisamente troppo grande da reggere. Non alza gli occhi. Non osa nemmeno guardare verso l’altare. E mentre si batte il petto, sussurra parole che nessuno, tranne Dio, sembra davvero ascoltare: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».

Tre frammenti di verità. Tre parole nude. Tre gocce di umiltà. Nessuna scenografia. Nessuna retorica. Solo un cuore che smette di difendersi e finalmente si lascia vedere per quello che è. Ed è proprio mentre osserviamo questa scena che accade qualcosa. Qualcuno si avvicina. I passi sono decisi, pieni di una calma potente che sembra attraversare il tempio come una corrente invisibile. È Gesù. Lo vedi? Sta arrivando proprio accanto a noi.

Le ciocche dei capelli si muovono leggere mentre avanza e il suo sguardo ha una luce capace di penetrare le corazze più spesse del cuore umano. Prima si posa sul fariseo, e in quello sguardo c’è tutta la tristezza di Dio davanti alla religione che diventa teatro, davanti alla fede che si trasforma in vanità, davanti alla preghiera che smette di essere incontro e diventa esibizione.

Poi il suo sguardo cambia. Si addolcisce. Si posa sul pubblicano. E in quel momento sembra quasi che Gesù riesca a vedere qualcosa che agli altri sfugge: un cuore che sanguina, ma che non si nasconde più. Allora Gesù parla. E le sue parole cadono nel tempio come pietre nell’acqua. «Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato».

Capisci cosa è appena successo? In un solo istante Gesù ha capovolto la nostra idea di santità. Ha rovesciato la scala con cui noi misuriamo il valore delle persone. Perché davanti a Dio non vince chi appare impeccabile. Davanti a Dio vince chi ha il coraggio di essere vero.

Il fariseo è pieno di sé. Il pubblicano è pieno di bisogno. Il fariseo parla molto di Dio. Il pubblicano parla a Dio. Il fariseo si sente arrivato. Il pubblicano sa di essere perduto. E proprio per questo… è il primo a essere trovato.

Ma ora permettimi una domanda scomoda. Una di quelle che il Vangelo ama insinuare nel cuore come un seme silenzioso. Se fossimo stati lì, in quel tempio… da che parte saremmo stati?

Perché, se siamo sinceri fino in fondo, un piccolo fariseo vive anche dentro di noi. Si nasconde nelle pieghe più invisibili della nostra coscienza. Esce allo scoperto quando giudichiamo qualcuno senza conoscere la sua storia. Quando ci sentiamo migliori, più intelligenti, più giusti. Quando la nostra lingua corre più veloce del nostro cuore. Quando guardiamo la pagliuzza nell’occhio degli altri senza accorgerci della trave che pesa nel nostro.

È lì che nasce la vera cecità dell’anima. Una cecità sottile. Pericolosa. Perché non si accorge di essere cieca. Il fariseo non è cattivo. È peggio. È convinto di essere giusto.

E quando un uomo smette di sentirsi bisognoso di misericordia, quando la sua coscienza diventa una fortezza blindata, quando il suo ego riempie ogni spazio del cuore… Dio resta fuori. Perché Dio non entra dove tutto è pieno. Entra dove c’è una crepa. Entra dove c’è una ferita. Entra dove qualcuno ha il coraggio di dire: “Signore, ho bisogno di Te”.

Ecco perché il pubblicano torna a casa giustificato. Non perché sia migliore. Ma perché è più vero. Non ha portato a Dio la sua perfezione. Ha portato la sua fragilità. Non ha mostrato le sue virtù. Ha consegnato la sua ferita. E Dio… quando incontra un cuore ferito che smette di fingere… non resiste. Prima lo perdona. Poi lo rialza. Poi lo trasforma.

Per questo, prima di uscire da questo tempio e tornare alla nostra vita di ogni giorno, lascia che ti sussurri una verità che il Vangelo custodisce come un tesoro nascosto. Il problema non è essere peccatori. Il problema è credersi perfetti. Perché chi si sente impeccabile chiude la porta alla grazia. Ma chi si riconosce fragile… spalanca il cuore a Dio.

E nel giorno in cui avrai il coraggio di fermarti, di abbassare gli occhi, di smettere di difendere la tua immagine e di dire semplicemente: «Signore, abbi pietà di me»… proprio in quel momento, senza rumore e senza applausi, il cielo intero si piegherà verso di te. E tu tornerai a casa. Diverso. Più leggero. Più vero.

Perché Dio non salva i perfetti. Dio salva chi ha il coraggio di lasciarsi amare #Santanotte

Alessandro Ginotta

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