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Quando Dio entra senza bussare

Quando Dio entra senza bussare

Dio non entra nella tua vita per metterti sotto processo, ma per rimetterti in piedi. Non entra per sottolineare le tue mancanze, ma per abitare le tue ferite. Non entra per dirti cosa non va, ma per mostrarti che, anche lì, dentro quel “non va”, Lui c’è

Il mio in(solito) commento a:
Otto giorni dopo venne Gesù (Giovanni 20,19-31)

E tu sei lì. A porte chiuse. Ma non quelle di legno. Non quelle che puoi aprire con una chiave. Parlo di quelle più profonde, più invisibili, più ostinate: le porte che hai costruito dentro di te per proteggerti, per non soffrire ancora, per non rischiare un’altra delusione, per non dover fare i conti con quelle domande che fanno tremare.

Perché diciamocelo, con sincerità: quante volte hai chiuso? Quante volte hai deciso che bastava così, che era meglio non esporsi, non credere troppo, non sperare troppo, non amare troppo? E proprio lì, in quello spazio blindato che chiami difesa ma che spesso è solo paura travestita da prudenza, accade l’impensabile. Gesù viene.

Attraversa le tue chiusure come la luce attraversa una crepa, come un respiro attraversa il silenzio, come la vita attraversa ciò che sembrava ormai fermo. E quando è lì, davanti a te, la prima parola che pronuncia è disarmante, quasi destabilizzante nella sua semplicità: “Pace”. “Pace a voi.”

Non ti rimprovera per aver avuto paura. Non ti accusa per essere scappato. Non ti rinfaccia le tue incoerenze. Ti offre pace.

Capisci cosa significa davvero? Significa che Dio non entra nella tua vita per metterti sotto processo, ma per rimetterti in piedi. Non entra per sottolineare le tue mancanze, ma per abitare le tue ferite. Non entra per dirti cosa non va, ma per mostrarti che, anche lì, dentro quel “non va”, Lui c’è.

E poi c’è Tommaso. E forse, se smetti un attimo di giudicarlo, se smetti di guardarlo dall’alto, ti accorgi che Tommaso sei tu. Sei tu quando non ti basta sentire dire “va tutto bene”, quando hai bisogno di vedere, di toccare, di fare esperienza. Sei tu quando il dolore è stato così reale che non puoi accontentarti di parole.

“Se non vedo… io non credo”. Non è arroganza. È ferita. Non è distanza. È bisogno. E sai qual è la cosa più sorprendente, quasi scandalosa, se ci pensi davvero fino in fondo? Che Gesù torna. Torna per lui. Torna per uno solo. Come se il cielo intero si fermasse per raggiungere un cuore che fatica a credere. Come se Dio dicesse: “Se anche uno solo è rimasto indietro, io torno a prenderlo”.

E allora tutto cambia prospettiva. Perché non sei tu che devi arrivare a Dio. È Dio che viene a cercarti. “Metti qui il tuo dito…”. Non è solo un invito a verificare. È un invito a coinvolgerti. A non restare spettatore. A non vivere una fede distante, teorica, protetta. È come se ti dicesse: entra dentro, non restare fuori, non accontentarti di capire con la testa… lascia che la vita ti tocchi, lascia che l’amore ti ferisca, lascia che la realtà ti attraversi.

Perché è lì, proprio lì, nel contatto con le ferite, che accade qualcosa di impensabile. Non trovi solo dolore. Trovi Dio. E allora sì, a quel punto non servono più prove. Non servono più dimostrazioni. Non servono più ragionamenti. Perché quando lo incontri davvero, quando la sua presenza ti raggiunge nel punto più fragile e più vero di te, succede qualcosa che non puoi più trattenere, qualcosa che rompe gli argini, qualcosa che sgorga dal profondo senza chiedere il permesso: “Mio Signore e mio Dio!”.

È il grido di chi si arrende. Ma non per debolezza. Per amore. È il momento in cui smetti di controllare e inizi a fidarti. In cui smetti di difenderti e inizi ad aprirti. In cui smetti di trattenere la vita e inizi finalmente a viverla. Non è la fine del dubbio. È la trasformazione del dubbio.

Perché il dubbio, quando è abitato da Dio, non ti allontana: ti conduce più in profondità. Non… soltanto: credere. Ma lasciarti raggiungere. Non… soltanto: capire. Ma lasciarti cambiare. Non… soltanto: vedere. Ma lasciarti toccare nel punto in cui sei più vero.

E allora lascia che ti faccia una domanda, una di quelle che non puoi evitare, una di quelle che bussano forte anche quando vorresti ignorarle: qual è la porta che stai tenendo chiusa? Qual è quella stanza della tua vita in cui non fai entrare nessuno, nemmeno Dio, perché hai paura di ciò che potresti trovare? E se fosse proprio lì che Lui sta aspettando?

Perché sì, è vero: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto. Ma forse, ancora più profondamente, beati quelli che, pur feriti, pur incerti, pur pieni di domande, non smettono di restare disponibili all’incontro. Perché Lui arriva. Sempre.

Arriva nel tuo tempo, non nel tuo controllo. Arriva nella tua notte, non nelle tue certezze. Arriva nelle tue chiusure… e le trasforma in passaggi. E quando entra, non fa rumore. Ma cambia tutto. Tutto. Per sempre. #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “L’incredulità di San Tommaso”, di Caravaggio, 1601, olio su tela, 107×146 cm, Picture Gallery Sanssouci, Potsdam

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