Meditazioni e preghiere
Qual è la vera giustizia, secondo Dio?

Qual è la vera giustizia, secondo Dio?

Oggi scopriremo qual è il peccato peggiore che si possa commettere: rubare Dio!

Il mio in(solito) commento a:
Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio (Mt 5,20-26)

Parla chiaro Gesù: “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (v. 20). Spesso, nei Vangeli, troviamo parole dure contro scribi e farisei. Ma, chi erano?

Gli scribi erano gli “interpreti della Legge di Mosè”, letterati e studiosi dell’Antico Testamento, conoscevano molto bene le Scritture e venivano consultati ogni volta che si doveva prendere una decisione su come agire in “conformità” alla Legge. Ma ahimè, l’uomo è fragile, per questo, molti degli scribi si lasciarono contaminare dall’orgoglio e finirono per scivolare in un legalismo esasperato. Interpretando alla lettera (e talvolta anche ben oltre la “lettera”) l’Antico Testamento, finivano per essere troppo severi e “cancellare” la misericordia di Dio, in nome di una religiosità per lo più esteriore, fatta di pratiche vuote e regole troppo stringenti, inutili e difficili da rispettare: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Matteo 23,13). Di tanto in tanto, c’era anche qualche scriba “buono”, illuminato, capace di aprire il proprio cuore alla bellezza del messaggio di Gesù. Di loro Cristo disse: “Per questo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie” (Matteo 13,52).

Se gli scribi erano prevalentemente religiosi, quella dei farisei è una vera e propria “setta” che sconfina nella politica. Lo stesso termine greco pharisaioi richiama l’aramaico perišayê, “separati”, vale a dire “chi si distingue”. Di loro, lo storico Flavio Giuseppe (Gerusalemme, 37-38 circa – Roma, 100 circa) scrisse: “Farisei; essi godono fama d’interpretare esattamente le leggi, costituiscono la setta più importante, e attribuiscono ogni cosa al destino e a Dio”. Ma, come accade anche al giorno d’oggi, l’uomo che si sente “superiore”, “migliore”, rischia di “montarsi la testa”. Così, i farisei, anziché usare la loro cultura e la loro conoscenza delle scritture per meglio spiegarle e tentare di far salire il popolo al loro livello, divulgavano soltanto quel minimo che poteva bastare, tenendosi per loro il tesoro più grande: la conoscenza. Con il risultato che, anziché avvicinare il popolo, i farisei scavavano trincee per distanziarsi ancora di più e difendere la loro posizione privilegiata. E, se questo è un male, ce n’è uno ancora peggiore: quello incarnato da alcuni dei farisei che, non contenti di aumentare le distanze anziché colmarle, decisero di “addomesticare” le Scritture, interpretandole a loro vantaggio. In questo modo, non solo si distinguevano, o meglio, distanziavano dal popolo, ma addirittura allontanavano il popolo da Dio. E questo è il peccato peggiore che si possa commettere: Rubare Dio!

Alla luce di questo si comprendono tutti quei passaggi dei Vangeli che ci raccontano aspre dispute tra scribi e farisei e Gesù. Questi uomini, così “pieni di sé”, non riuscivano proprio ad accettare un Maestro così diverso da loro, che “osava interpretare la Legge” secondo parametri così diversi da quelli classici ai quali erano abituati: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?» (cfr. Matteo 21, 23-27).

Nella nostra vita di tutti i giorni, amici cari, c’è qualcuno che si comporta così? Certamente ci sono, un po’ in tutti i campi, i “signori so tutto” che si vantano delle proprie capacità centellinando le informazioni da condividere con la gente. Ma il sapere non è fatto per rimanere chiuso nel buio di una cassaforte. E deve essere distribuito a beneficio di tutti, non riservato al favore di alcuni.

E’ così, in cuor nostro, anche noi ci comportiamo troppo spesso come se fossimo farisei. Quante volte ci sentiamo così sicuri di noi stessi, tutti pieni del nostro “io”, a tal punto da non renderci conto di essere “vuoti di Dio”? Il “fariseo che c’è in noi” viene fuori ogni volta che apriamo la bocca per criticare qualcuno, senza neppure domandarci quali e quante difficoltà possa aver superato. Quante volte siamo più abili di un esperto? Più colti di uno studioso? Più scattanti di un atleta? E purtroppo… quante volte addirittura ci sentiamo più “giusti” di Dio? In tutte queste situazioni la nostra lingua si muove più velocemente della nostra testa e troppo più veloce rispetto al nostro cuore.

Purtroppo c’è di peggio: anche oggi c’è chi gioca con la fede. C’è chi difende la propria posizione trincerandosi dietro paroloni incomprensibili per accertarsi che Dio resti ben chiuso dentro ad un tabernacolo. Sotto controllo. …Non si sa mai dovesse uscire e magari cambiare il mondo… Ma Dio non è fatto per restare chiuso in una pisside dorata. Ce lo fa notare Santa Teresa di Lisieux: “Nostro Signore non scende dal cielo tutti i giorni per stare in una pisside d’oro. Si tratta di trovare un altro cielo che è infinitamente più amato da Lui, il cielo delle nostre anime, creato a sua immagine, i templi vivi dell’adorabile Trinità”. Dio non è una proprietà privata da custodire gelosamente, ma è pane da condividere, acqua per dissetare, vita che deve essere vissuta.

Che cosa direbbe Gesù a chi lo nega ai peccatori? Lui che non ha esitato a farsi pane, a spezzarsi e distribuirsi a chiunque ne avesse bisogno. Lui che, per ciascuno di noi, anche per chi lo ha condannato alla morte in croce, ha offerto la sua vita. Il suo sangue. Lui che ha fatto il sacrificio perfetto, donandosi indistintamente a fedeli e peccatori. Che cosa direbbe a quei fratelli che anche oggi si sentono “separati”, si sentono “migliori”, si credono “perfetti” e disprezzano gli altri?

Dio è di tutti e non può essere negato a nessuno. Io ripeto spesso che il Vangelo deve venire spiegato con parole semplici, perché possa raggiungere le orecchie di tutti. Nessuno deve rimanere tagliato fuori. Ricordiamo le ultime parole che Gesù pronunciò prima di salire al cielo: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Marco 16,15). Sì, ad ogni creatura. Non solo a chi si inginocchia ad una balaustra, ma anche e, oserei dire, soprattutto, a chi proprio in chiesa non ci viene. Dobbiamo uscire noi per le strade, dobbiamo andare noi “in tutto il mondo”, dobbiamo uscire alla ricerca di chi ancora non conosce Dio o lo rifiuta.

Ora tocca a noi diventare pagine viventi di Vangelo. Gesù ci domanda di mostrare, a chi è distante, che cosa significa amare, perdonare, accogliere, servire… Ci chiede di lasciar trasparire dal nostro modo di fare, dal nostro relazionarci con gli altri, quelli che sono i principi cristiani che noi stessi abbiamo deciso di seguire. Perché esiste davvero un’alternativa a questo mondo arroccato ed individualista. Perché l’egoismo non è per forza destinato a trionfare.

#Santanotte amici. La vera giustizia, secondo Dio, è quella che profuma d’amore: capace di perdonare e di aprirsi alla gioia di vivere che deriva dalla Parola che vive in noi. Una parola “libera”, come il vino nuovo di Gesù e non “imprigionata” in trappole d’orgoglio come quelle dei farisei. Dio vi e ci benedica tutti, amici cari! 🙂 🙂 🙂

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “L’Ascensione di Gesù”, di Francisco Bayeu, 1769, olio su tela, 62x63cm, Museo del Prado, Madrid