
Pescati per pescare
Lasciamoci pescare ancora. E poi impariamo a pescare. A tirare fuori dalla notte chi ha dimenticato la luce. A strappare alla disperazione chi non crede più nella speranza. Perché il mondo ha ancora bisogno di uomini e donne capaci di gettare reti di amore nel mare della solitudine
Il mio in(solito) commento a:
“Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini” (Matteo 4,12-23)
È così che Gesù entra nella storia. Non con proclami altisonanti, ma con un invito semplice, diretto, disarmante. Un invito che non chiede spiegazioni, ma coraggio. Non pretende garanzie, ma fiducia. Non promette sicurezze, ma vita vera.
Siamo in un momento delicato. Giovanni Battista è stato arrestato. La sua voce profetica è stata zittita. Il vento sembra essersi fermato. E proprio allora Gesù compie una scelta sorprendente: lascia Nazaret e si trasferisce a Cafarnao, una città di pescatori, crocevia di commerci, di popoli, di lingue, di speranze e contraddizioni. È come se dicesse: la luce non resta nei luoghi comodi, va dove c’è più buio.
Ed è lì, sulle rive del lago, che tutto accade.
Immaginalo. L’alba che si riflette sull’acqua. Le reti ancora umide. Le mani segnate dal sale e dalla fatica. Pietro e Andrea stanno lavorando. Gettano le reti, come ogni giorno. Lo stesso gesto, la stessa attesa, le stesse delusioni e le stesse speranze. Gesù passa, li guarda. Non li studia. Non li valuta. Non li seleziona. Li chiama. E li chiama così come sono.
Subito dopo incontra Giacomo e Giovanni. Sono sulla barca con il padre. Stanno riassettando le reti. Anche per loro una vita già scritta, un futuro prevedibile, un destino tranquillo. Ma basta una parola. Una sola. E lasciano tutto. C’è qualcosa di sconvolgente in questa immediatezza. Nessuna esitazione. Nessuna trattativa. Solo un salto nel vuoto. Perché quando Dio chiama, non convince: accende. E quando accende, non puoi più tornare indietro. “Vi farò pescatori di uomini”.
Una metafora potente, che oggi rischiamo di leggere in modo superficiale. Ma per un ebreo il mare non è semplicemente acqua. È l’abisso. È il caos. È il luogo del male e della perdizione. Pescare l’uomo significa tirarlo fuori dalla morte. Strapparlo al non senso. Sottrarlo alla dispersione. Il pesce nel mare vive. L’uomo nel mare muore.
Diventare pescatori di uomini significa questo: aiutare l’altro a riemergere. A respirare. A ritrovare la luce. La vocazione non è solo la tua uscita dalla morte. Tu sei già stato pescato seguendo Lui. Ora sei chiamato a diventare come Lui: figlio, perché vivi della sua stessa vita; fratello, perché impari a salvare gli altri.
Seguire Gesù non è imitazione esteriore. È trasformazione profonda. Diventiamo capaci di amare. Di raccogliere chi sta affondando. E allora mi domando, mi domandi: che cosa significa oggi diventare pescatori di uomini?
Forse significa avere il coraggio di fermarsi accanto a chi è solo. Forse significa ascoltare davvero, quando tutti parlano. Forse significa scegliere la gentilezza in un mondo aggressivo. Forse significa seminare speranza dove regna il cinismo. Forse significa testimoniare con la vita ciò che le parole non riescono più a dire.
In un mondo sempre più secolarizzato, dove Dio sembra diventare un’ipotesi lontana e la fede un residuo del passato, il Vangelo ha bisogno di volti, non di discorsi. Di mani tese, non di slogan. Di vite credibili, non di prediche. Oggi diventare pescatori di uomini vuol dire essere segni viventi di un Altro. Essere presenza che consola, che rialza, che accompagna. Essere esempio silenzioso ma luminoso per chi ci vive accanto. Perché spesso le persone non si avvicinano a Dio per ciò che diciamo, ma per ciò che siamo.
Gesù continua a passare sulle rive della nostra quotidianità. Continua a guardare. Continua a chiamare. E ogni volta ci ripete: Vieni. Fidati. Seguimi. Lasciamoci pescare ancora. E poi impariamo a pescare. A tirare fuori dalla notte chi ha dimenticato la luce. A strappare alla disperazione chi non crede più nella speranza. Perché il mondo ha ancora bisogno di uomini e donne capaci di gettare reti di amore nel mare della solitudine.
E forse, proprio oggi, Gesù sta passando davanti alla nostra barca. Sta incrociando il nostro sguardo. Sta attendendo la nostra risposta #Santanotte
Alessandro Ginotta

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