• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Perdono, perdono, perdono!

Perdono, perdono, perdono!

Dimmi la verità: quante volte hai ripensato a quella frase, a quel torto, a quella delusione, ricostruendo nella mente dialoghi immaginari in cui finalmente avevi ragione, finalmente vincevi, finalmente l’altro capiva? Eppure, mentre vincevi nella fantasia, dentro perdevi pace. Il male funziona così: non sempre esplode, spesso si insinua. È come il buio, che non è una realtà autonoma ma soltanto assenza di luce; basta che la luce si ritiri un poco, e le ombre si allungano, prendono forma, sembrano più grandi di quello che sono. La riconciliazione, allora, è un atto di luce. È il coraggio di entrare in quella zona d’ombra e dire: “Non voglio che questo buio definisca la mia storia”. È scegliere di riempire il vuoto prima che lo riempia il risentimento.

Il mio in(solito) commento al Vangelo:
“Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello” (Matteo 5,20-26)

C’è una delicatezza disarmante, e insieme una fermezza quasi spiazzante, nelle parole di Gesù quando ci invita a lasciare l’offerta sull’altare per andare prima a riconciliarci con nostro fratello, come se volesse dirci che Dio non ha fretta delle nostre preghiere perfette, ma ha un’infinita urgenza dei nostri cuori ricuciti.

E io me lo immagino, quel momento: sei lì, pronto a fare qualcosa di sacro, qualcosa di giusto, qualcosa che profuma di cielo… e all’improvviso ti attraversa un pensiero, un volto, una ferita non rimarginata, una parola detta male o non detta affatto, e capisci che non puoi far finta di niente, che non puoi coprire con l’incenso ciò che dentro ancora brucia.

Perché possiamo anche inginocchiarci con devozione, possiamo invocare miracoli, possiamo chiedere luce per le nostre notti più buie, ma se dentro custodiamo un rancore, se alimentiamo silenziosamente una distanza, se lasciamo che l’orgoglio diventi la nostra corazza, allora la nostra preghiera rischia di rimanere sospesa, come una lettera mai spedita.

Gesù non dice: “Aspetta che sia l’altro a fare il primo passo”. Non dice: “Se hai ragione, resta fermo”. Non dice nemmeno: “Quando ti sentirai pronto”.

Dice: va’ prima. E quel “primaè una rivoluzione, perché mette l’amore davanti al rito, la relazione davanti alla religione, il cuore davanti all’apparenza, e ci ricorda che il Vangelo non è una teoria da difendere ma una vita da vivere, fino in fondo, anche quando costa.

Il perdono è un ponte che guarda avanti, verso il domani, verso una possibilità nuova che ancora non esiste ma che può nascere; il rancore, invece, è una catena sottile ma resistente che ci tiene legati a un passato che continua a ripetersi, come un disco graffiato che non riesce a cambiare traccia.

Perdonare non significa dire che non è successo niente, né cancellare la memoria, né dichiarare giusto ciò che è stato sbagliato; significa, piuttosto, decidere che quel dolore non avrà l’ultima parola sulla tua identità, che la ferita non diventerà il tuo nome, che l’offesa non scriverà il finale della tua storia.

E lo so che è difficile. Lo so che a volte il cuore si ribella, che l’orgoglio sussurra: “Perché proprio io?”, che la tentazione di chiudersi sembra più sicura della vulnerabilità di un passo verso l’altro.

Ma ascolta bene il ritmo del Vangelo:
Va’.
Prima.
Adesso.
Non perché l’altro lo meriti.
Non perché sia facile.
Ma perché tu meriti la libertà.
Perché finché non perdoni, resti legato.
Finché non sciogli, resti stretto.
Finché non vai, resti fermo
.

E quando trovi il coraggio di fare quel passo, magari con la voce che trema e le mani che sudano, scopri qualcosa di sorprendente: non stai solo andando verso tuo fratello, stai tornando verso te stesso, verso la parte più luminosa di te, quella che assomiglia di più a Dio.

Allora l’altare cambia significato. Non è più il luogo dove porti qualcosa a Dio per ottenere qualcosa in cambio, ma diventa il punto di arrivo di un cammino di verità, il segno di un cuore che ha scelto di non restare prigioniero. Lascia lì l’offerta. Lascia l’orgoglio. Lascia l’ultima parola. Va’ a riconciliarti.

E quando tornerai, forse non sarà cambiato tutto fuori. Ma dentro, sì. Dentro sarà entrata luce. Scegli il ponte, non il muro. Scegli il passo, non la distanza. Scegli di essere luce, anche quando è più facile restare nell’ombra. Perché solo chi si riconcilia davvero può dirsi libero #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il Crocifisso di Padova è una croce sagomata a tempera e oro su tavola di pioppo (223×164 cm) di Giotto, databile al 1303-1305 e conservato nei Musei degli Eremitani, proveniente dalla Cappella degli Scrovegni.

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