• alessandro.ginotta@labuonaparola.it
  • Torino, Italia
Meditazioni e preghiere
Non è costui il figlio del falegname?

Non è costui il figlio del falegname?

Whatsapp
52

Un aneddoto sconosciuto ci proietterà nell’infanzia di Gesù e nell’intimità del suo rapporto con San Giuseppe.

Il mio in(solito) commento a:
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria (Mc 6,1-6)

Ha guarito persone dalle rive del Giordano ai monti della Galilea, fino all’altra sponda del Mare. Ha scacciato demoni, placato tempeste, restituito la vita… ed ora è entrato in sinagoga, nella sua Nazareth, tra le persone che lo hanno visto crescere: “molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (vv. 2-3).

I Vangeli ci parlano ben poco dell’infanzia di Gesù, ma possiamo attingere ai tesori nascosti della letteratura apocrifa per trovare appassionanti racconti sui primi anni della sua vita. E chissà quanti, tra coloro che lo stanno ascoltando ora nella sinagoga di Nazareth, avranno potuto assistere a qualcuno di questi eventi. Uno ve lo voglio raccontare, raccomandandovi però di leggerlo come ci si accosterebbe ad un romanzo. Anche se non possiamo essere certi che il fatto sia accaduto veramente, quello narrato nel Vangelo di Tommaso (un manoscritto databile tra il 60 ed il 140 dC), è un episodio tra i più teneri che io abbia mai udito:

“Giuseppe era un falegname specializzato nella produzione di aratri e gioghi. Una volta, un uomo molto ricco, gli ordinò di costruire un letto lungo sei cubiti. Giuseppe uscì dunque in campagna per prendere del legname e anche Gesù andò con lui. Tagliò due tronchi e li risquadrò con la scure. Ma quando, tornato a casa, li pose uno accanto all’altro, misurandoli, si rese conto che uno dei due era troppo corto. E non sapeva più che fare.
Gesù disse allora al padre Giuseppe: «Metti a terra le due assi e pareggiale da una delle parti». Giuseppe fece come gli aveva detto il ragazzo; Gesù si portò dall’altra parte, afferrò l’asse più corta e la tirò a sé, rendendola uguale all’altra. A tale vista, suo padre Giuseppe rimase stupito, abbracciò il ragazzo e lo baciò esclamando: «Me beato, perché ho avuto da Dio un tale figlio!»” (Vangelo di Tommaso 13,1-2).

Come facciamo a non amare un padre ed un figlio così? Eppure i concittadini di Nazareth, che ora ascoltano un Gesù ormai trentenne, si dimostrano increduli. Forse non avranno assistito a questo “miracolo domestico”, ma lo hanno certamente visto crescere e conoscono la sua famiglia. Non riescono a capire come possa essere il Messia tanto atteso. Per loro, il Cristo doveva essere qualcun altro. Forse un re. O un condottiero. Non certo – pensavano – il figlio di un falegname…

“Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»” (v. 4).

A causa di questa chiusura spirituale, di questa “miopia” dell’anima, Gesù non poté compiere a Nazareth «nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì» (v. 5). Infatti, i miracoli di Cristo non sono mai un’esibizione di potenza, ma segni dell’amore di Dio, che si completano attraverso la fede. E’ proprio la fede di chi chiede ed ottiene il miracolo, che rende perfetta nella reciprocità l’azione divina.

Gesù guarisce: certo, è questo che è venuto a fare tra di noi. Cristo si è incarnato, è sceso a camminare in mezzo a noi, per liberarci dal male, sia quello spirituale, sia quello fisico. Per farci stare bene. Perché ci ama. E che cosa desidera una persona che ama un’altra? Che l’amato stia bene. Non a caso, i miracoli di guarigione sono tra i più diffusi nei Vangeli. Paralitici, lebbrosi, febbricitanti, ciechi, perfino indemoniati. Gesù libera tutti dal male.

Ma Dio, prima ancora di guarire il corpo, guarisce l’anima. Quante volte abbiamo letto: «La tua fede ti ha salvata!»? Quante volte Gesù dice anche a noi: «àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua»? Vedete amici, per risanarci, Gesù cerca la nostra volontà, la nostra fede, la nostra collaborazione.

«Tutto è possibile per chi crede», così il Salvatore si rivolge al padre del ragazzo epilettico, che gli risponde a gran voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità» (cfr. Mc 29,23-24). «Se vuoi, puoi purificarmi!». «Lo voglio, sii purificato!». E’ il dialogo con il lebbroso (cfr. Mc 1,40-45). «Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?» (cfr. Mc 2,9).

La guarigione di Cristo funziona così: parte dall’anima e poi si irradia a tutto il corpo. E’ rimuovendo i nostri peccati, che Gesù toglie anche gli ostacoli che ci paralizzano e ci restituisce forza e salute. Guarendoci, ci ridona la vita, non solo quella terrena, ma anche quella eterna. Quella vera.

Ma la guarigione, il miracolo interiore, avviene in virtù della nostra fede. Cristo ci coinvolge, chiede la nostra volontà di cambiare, chiede a noi di agire, ci chiede di credere che ciò possa avvenire. Perché non serve a nulla che un corpo guarisca, se poi l’anima continuerà a rimanere avvizzita. Non serve a niente che un paralitico cammini, se poi la sua anima rimarrà bloccata. Ecco che siamo noi, con la nostra fede, a “permettere” il miracolo. Ancora una volta Dio non impone nulla, neppure la salute. Siamo noi a doverla desiderare. Siamo noi a dover decidere di voler guarire.

Perché a Gesù non piace fare miracoli “a senso unico”, ma Egli desidera coinvolgerci nelle scelte e nella decisione di cambiare. Non sgomita perché gli venga aperta la porta: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20). Ma, se gli apriremo, incontrarlo ci trasformerà completamente la vita! Perché non ci vuole tempo per convertirci. Basta la volontà. Un istante. Spesso è sufficiente che Gesù incroci i nostri occhi, per farci cambiare, all’improvviso. 

E, quando succede, noi non “cambiamo” solo un po’! Oh no! Quella che avviene per opera di Gesù si chiama “conversione”: un mutamento radicale, netto, deciso, forte, immediato. La conversione ci porta forze nuove per affrontare i nostri problemi. Luce nuova nei nostri occhi per vedere le cose da un’altra prospettiva. Voglia nuova di fare, di agire, di mettersi in discussione, di adoperarsi per qualcosa di utile e importante. E nuova vita. Sì, la vita intensa. La vita vera. Quella che si assapora un battito dopo l’altro, con pienezza, con gioia, con determinazione, con soddisfazione.

#Santanotte amici. Non chiudiamoci in noi stessi come gli abitanti di Nazareth, ma apriamo il nostro cuore a Gesù, facciamolo entrare in noi, permettiamogli di compiere il miracolo più bello: la nostra conversione. Qui e ora! Dio vi e ci benedica amici cari! 🙂 🙂 🙂

Alessandro Ginotta

Non è costui il figlio del Falegname? Gesù, San Giuseppe
Il dipinto di oggi è: “San Giuseppe con Gesù Bambino”, di Ricardo Balaca y Orejas-Canseco, 1861, olio su tela, Universidad Pontificia de Salamanca, Spagna