• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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No, non è un fantasma: è Dio che ti sta cercando proprio adesso

No, non è un fantasma: è Dio che ti sta cercando proprio adesso

Ascolta questa domanda, che non è teorica, ma è tremendamente concreta: e se Dio fosse già entrato nella tua vita… ma tu non lo avessi riconosciuto? E se fosse lì, proprio adesso, nelle pieghe delle tue giornate, nelle cose che non capisci, nelle ferite che ti fanno male, nei silenzi che ti pesano… e tu stessi aspettando un segno più grande, più evidente, più clamoroso?

Il mio in(solito) commento a: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno» (Lc 24,35-48)

C’è un istante, nella vita di ciascuno di noi in cui Dio smette di essere una parola che abbiamo imparato, un’idea che ci hanno raccontato, un ricordo che ogni tanto riaffiora… e diventa una presenza che ci attraversa, che ci raggiunge, che ci guarda dentro senza chiedere permesso, senza bussare, senza avvisare. E quel momento, se ci pensi bene, non è sempre dolce. A volte… è destabilizzante.

Perché Dio, quando arriva davvero, non si limita a consolarti: ti sposta, ti smonta, ti rimette in discussione. Ti ama, sì… ma ti ama troppo per lasciarti com’eri.

I discepoli sono lì, chiusi, sospesi tra ciò che è stato e ciò che non riescono ancora a immaginare, mentre le parole si accavallano, mentre il cuore batte ancora forte per ciò che hanno vissuto sulla strada di Emmaus… e proprio lì, nel mezzo di quel racconto fragile e tremante, Lui entra. Non bussa. Non chiede: “Posso?”. Entra. E basta. «Pace a voi».

Ma quella pace — dimmi la verità — non è la pace che ti aspetti. Non è una carezza leggera. È una presenza che ti invade, porta subbuglio, ti toglie dalla tua “comfort zone” e ti spinge a cambiare. A metterti in gioco. E infatti spaventa i discepoli. Questo spavento li porta a temere che Cristo Risorto sia un fantasma. Essi fanno quello che facciamo anche noi: riducono il mistero a qualcosa di innocuo: “È un fantasma”.

Quante volte, davanti a qualcosa che profuma di infinito, preferiamo archiviarlo come suggestione, coincidenza, autosuggestione… pur di non dover cambiare davvero?

Ma Lui no. Lui non si ritrae. Non si offende. Non si stanca della nostra fatica a credere. Si avvicina ancora di più. Mostra le ferite. Allarga le mani. E poi, ed è qui che tutto diventa incredibilmente umano, chiede da mangiare. Hai capito? Dio, per farsi riconoscere, si mette a tavola con noi. Dio accetta di entrare nei nostri gesti più semplici, più quotidiani, più concreti… pur di dirci: “Sono qui. Non avere paura”.

È un Dio che si abbassa fino al punto in cui non puoi più ignorarlo… ma puoi ancora rifiutarlo. Perché l’amore vero non obbliga mai. Eppure… nemmeno questo basta. Perché il problema non è davanti agli occhi. Il problema è dentro. Puoi vedere le ferite… e non capire. Puoi ascoltare la Sua voce… e restare chiuso. Puoi averlo davanti… e continuare a non riconoscerlo.

Allora Gesù compie il gesto più decisivo, quello che cambia tutto senza fare rumore: apre loro la mente. Non aggiunge nulla di nuovo. Non fa un altro miracolo spettacolare. Semplicemente… illumina.

E lì accade qualcosa di vertiginoso, qualcosa che ti riguarda da vicino, più di quanto forse vorresti ammettere: tu, da solo, non puoi arrivare fino in fondo. Tu, con tutte le tue capacità, con tutta la tua intelligenza, con tutta la tua esperienza… non basta. Hai bisogno di essere aperto. Hai bisogno di essere toccato dentro.

Hai bisogno di Dio… per riconoscere Dio. È una verità scomoda, ma è anche una liberazione immensa. Perché ti toglie di dosso il peso di dover capire tutto, controllare tutto, dominare tutto. La fede non è uno sforzo della mente. È una resa del cuore.

E allora capisci perché il Risorto non si presenta “come prima”. Perché non vuole essere semplicemente riconosciuto… vuole essere incontrato. Non vuole convincerti… vuole trasformarti.

Il suo corpo porta ancora le ferite — perché ciò che ami davvero lascia tracce eterne. Il suo corpo è libero — perché l’amore, quando è vero, non può essere imprigionato dalla morte. Il suo corpo è diverso — perché anche tu sei chiamato a diventare diverso, a non restare fermo nelle tue paure, nelle tue chiusure, nelle tue abitudini. E allora fermati un attimo. Respira.

E ascolta questa domanda, che non è teorica, ma è tremendamente concreta: e se Dio fosse già entrato nella tua vita… ma tu non lo avessi riconosciuto? E se fosse lì, proprio adesso, nelle pieghe delle tue giornate, nelle cose che non capisci, nelle ferite che ti fanno male, nei silenzi che ti pesano… e tu stessi aspettando un segno più grande, più evidente, più clamoroso?

E se invece fosse già lì, a dirti, piano, senza forzarti: “Pace a te”. Allora non avere fretta di capire. Non avere fretta di catalogare, di spiegare, di mettere ordine. Fermati. Resta. Lasciati raggiungere. Perché Dio non ha bisogno di condizioni perfette per entrare… entra nelle crepe. Non ha bisogno di certezze… entra nelle domande. Non ha bisogno della tua forza… entra proprio lì dove sei fragile.

E quando finalmente smetterai di difenderti, di controllare, di pretendere… quando lascerai cadere le resistenze, una ad una, come foglie d’autunno… accadrà. Ti si aprirà qualcosa dentro. Non fuori. Dentro. E scoprirai che non eri tu a cercare Dio… era Dio che, da sempre, stava cercando te, con una pazienza infinita, ostinata, disarmante.

Perché sì, è vero: serve un Dio che si faccia uomo per farsi incontrare… ma serve anche un cuore che abbia il coraggio di lasciarsi toccare, ferire, trasformare… per riconoscerlo davvero. E forse, proprio oggi, proprio adesso, mentre stai leggendo… non è Dio che deve avvicinarsi a te. Sei tu… che puoi smettere di allontanarti #Santanotte

Alessandro Ginotta

Scuola spagnola del XVII secolo Frati domenicani in adorazione di Cristo

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