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Le profezie di Isaia

Le profezie di Isaia

Il libro di Isaia lascia sbalorditi. Le sue profezie sulla nascita, le opere e addirittura la morte in croce del Messia sono a dir poco sorprendenti. A tal punto che, se non si sapesse che il profeta nacque 765 anni prima di Cristo, lo potremmo quasi considerare un evangelista contemporaneo di Gesù.

Il mio in(solito) commento a:
Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. Nessun profeta è bene accetto nella sua patria (Lc 4,16-30)

Lo stesso Gesù lo cita più volte nei Vangeli. Il “rotolo” (così venivano conservati i libri, che in realtà all’epoca di Cristo erano lunghe pergamene o lunghi papiri arrotolati su se stessi, non essendo ancora in uso la rilegatura dei testi) che legge Gesù in questo brano dell’evangelista Luca è proprio una delle profezie di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore
. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»” (vv. 18-21).

Leggere queste parole ed attribuirsi miracoli e guarigioni fece salire un moto di invidia travestito da indignazione. Gli stessi fedeli che un istante prima lo stavano ascoltando si alzarono per rincorrere Gesù: “All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino” (vv. 28-30). Addirittura un tentato omicidio. Ma non era ancora arrivata l’ora di Gesù, così passò indenne in mezzo a due ali di assalitori.

L’evangelista Luca inserisce qui il commento di Cristo: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria» (v. 24). E che la vita del profeta non fosse rose e fiori lo dimostra Isaia che, secondo una tradizione ebraica, fu arrestato e condannato a morte sotto il Re Manasse. Dai vangeli apocrifi apprendiamo che venne addirittura segato in due, come accenna anche San Paolo nella Lettera agli Ebrei (11, 37). Ma il destino di essere perseguitato capitò anche al Profeta Elia, che si rifugiò in una grotta (uscendo dalla quale incontrò Dio) per sfuggire ai propri assalitori. Per non parlare di San Giovanni il Battista, che venne decollato. Oppure pensiamo a Giona che, per sfuggire al proprio destino di profeta, si gettò in mare finendo divorato da un enorme pesce, che lo risputò sulla riva della città in cui era destinato a predicare.

Ma vorrei un istante soffermarmi su alcune delle “pagine” più sorprendenti scritte dalla mano di Isaia: i quattro canti del servo di Javeh (42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12). Il primo canto preannuncia l’arrivo di un Messia che agirà in maniera umile e preoccupandosi degli ultimi:

“Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento” (Isaia 42,2-4). Nel secondo canto troviamo Dio che preannuncia al servo: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Isaia 49,6). Il terzo anticipa addirittura la Passione di Cristo: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso” (Isaia 50, 6-7). Il quarto predice la crocifissione: “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori“, la ferita del centurione: “Egli è stato trafitto per le nostre colpe”, la salvezza che scaturisce dalla sua morte: “per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Il nostro essere gregge senza pastore: “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada”, la mitezza di Cristo: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”, la sepoltura nella tomba di San Giovanni d’Arimatea: “Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca”, la Risurrezione: “Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” (cfr. Isaia 52,4-11).

Ma Isaia predisse addirittura la figura del precursore, San Giovanni Battista: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (cfr. Isaia 40,3-5). E che dire di Isaia 11,1? : “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”.

Ma chi è un “profeta”? Il termine profeta deriva dal greco: pro-phemi, “parlare al posto di”, cioè colui che parla in nome di Dio. Ma esiste un termine ancora più antico in uso nella lingua ebraica, che è: nabi, “chiamato”, “inviato”. Ecco che il profeta è una persona chiamata da Dio per parlare in suo nome. Dunque, non è un “indovino” che prevede il futuro, né un “mago”, ma è uno strumento di Dio: un uomo comune che presta la voce al Signore.

È lo stesso profeta Isaia a raccontare la sua vocazione: egli ebbe una visione e si preoccupò: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure, i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti” (Isaia 6,5). Ma sarà un angelo, un serafino, a purificare il labbro del profeta: “Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato»” (Isaia 6,6-7). È questo che fa Dio: ci “pesca” (cfr. Luca 5,1-11) tra gli altri uomini, gente comune, peccatori, come tutti, con i difetti che ciascuno di noi si porta dentro, e ci assegna una missione. Ci purifica. Ci offre in dono quello che ci manca per adempierla. E poi sarà nostro compito portare a termine questo incarico.

Così come Isaia, ormai quasi tremila anni fa, iniziò a preparare il mondo alla venuta del Signore, anche noi, donne e uomini comuni del terzo millennio, siamo chiamati da Dio: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15). È quanto ci chiede Gesù, è il compito che assegna a ciascuno di noi. Sì, Cristo chiama tutti noi ad essere profeti: il profeta è colui che prega, ascolta Dio, vive la sua Parola e la mette in pratica, conformando la propria vita agli insegnamenti del Vangelo, per diventarne egli stesso una pagina vivente. Il profeta guarda la sua gente, sente dolore quando il popolo sbaglia, non lo giudica ma spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza e rinnova, nel cuore di chi lo ascolta, l’immagine di quel Dio che ci ha Creati, amati e resi liberi. Perché noi, liberamente lo possiamo amare. #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo in Croce” di Léon Bonnat, 1874, olio su tela, Museo delle Belle Arti Petit Palais, Parigi

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